Sul tetto ci sono i chiller, le prese d’aria e — quasi sempre — i volatili. Chi li ha guardati per ultimo?
Un data center misura tutto: la temperatura di mandata, il delta sui corridoi, l’assorbimento del gruppo frigo, la perdita di carico sui filtri. Poi c’è la copertura, che è la superficie da cui quell’aria entra e su cui il calore viene scaricato, e che di solito non compare in nessun registro. La prossima volta che salite con il manutentore guardate tre cose: il bordo superiore dei dry cooler, le alette sul lato sopravvento e la griglia di presa più vicina alla fila.

Risposta rapida
Quando si parla di volatili nei data center il problema non è in sala: è sul tetto. Si posano dove trovano calore e riparo — dry cooler, chiller, prese d’aria, passerelle portacavi. Guano secco e piumino diventano polvere e piume proprio a monte dei filtri, e si fermano fra le alette delle batterie che smaltiscono il calore. Si interviene sulla copertura e sulle unità, con sistemi che non richiedono forature.
Se due di queste vi suonano familiari, il tetto non è nel piano di manutenzione di nessuno
I volatili nei data center non si annunciano con un allarme: si vedono in cose che chi gestisce l’impianto ha già sotto gli occhi.
- I filtri si cambiano prima dell’intervallo previsto, e nella scheda non è scritto perché.
- Sulle alette di un dry cooler c’è una patina chiara che il getto d’aria compressa non porta via.
- Chi sale in copertura mette i guanti e, quando scende, si lava le mani più a lungo del solito.
- Sotto la passerella dei cavi, sempre nello stesso punto, la membrana ha una chiazza bianca che torna dopo ogni lavaggio.
- La telecamera del perimetro ha la calotta sporca e di notte l’immagine si vela.
- A marzo, nel vano laterale di un’unità, c’è del materiale che a gennaio non c’era.
Se ne avete spuntate due, il problema non è la pulizia. È che il tetto — la superficie da cui entra l’aria che poi certificate — non è nel piano di manutenzione di nessuno.
Quattro punti della copertura, quattro conseguenze diverse
Il piccione è sempre lo stesso. Quello che cambia è dove si posa, e quindi che cosa rompe: i danni dei volatili nei data center si leggono meglio per punto che per specie. Riconoscere il vostro dice già da dove partire.
1Le batterie alettate
Fra un’aletta e l’altra ci sono pochi millimetri. Piumino, piume e guano secco si fermano lì e riducono la superficie che scambia calore: il ventilatore gira di più per fare lo stesso lavoro. È il punto in cui il problema smette di essere estetico e diventa una voce in bolletta.
2Le prese d’aria
È il varco: quello che sta sul tetto entra da lì. Piume e piumino si fermano sui filtri, la polvere fine passa oltre. Se l’impianto ha il free-cooling la portata d’aria esterna è molto più alta, e il varco lavora molto di più.
3Le passerelle portacavi
Coperte sopra, aperte sotto, sempre tiepide: per un piccione sono una cavità. Il nido si costruisce sotto, appoggiato alla membrana, e il guano cade sui cavi e tutt’intorno. Quella chiazza che torna dopo ogni lavaggio ha quasi sempre questa causa.
4Gruppo elettrogeno e perimetro
Il cabinato del gruppo è ventilato, riparato e quasi sempre fermo: un nido dentro un vano di aspirazione lo si scopre alla prova mensile, non prima. Sul perimetro il guano finisce sulle calotte delle telecamere, e di notte l’infrarosso si riflette sullo sporco.
Le fotografie di questa sezione sono ricostruzioni realizzate al computer per mostrare la situazione: non ritraggono interventi Birdstop.
L’aria di un data center si misura e si dichiara. Il tetto da cui entra, no.
Un data center è probabilmente l’edificio in cui l’aria è l’oggetto più sorvegliato. Il documento di riferimento del settore, il whitepaper ASHRAE Gaseous and Particulate Contamination Guidelines for Data Centers, raccomanda che «data centers be kept clean to ISO Class 8»: una classe di pulizia dell’aria, dichiarata e verificabile.
Lo stesso documento chiede di stare nel livello di severità G1 della ANSI/ISA-71.04, definito come «an environment sufficiently well-controlled such that corrosion is not a factor in determining equipment reliability», con velocità di corrosione inferiori a 300 Å/mese sul rame e 200 Å/mese sull’argento.
E sugli impianti che prendono aria dall’esterno è ancora più esplicito: «air-side economizers increase the reliability risk in data centers», e l’aria in ingresso «may require use of MERV 11 or, preferably, MERV 13 filters». In altre parole: quando si apre alla ventilazione naturale per risparmiare sul raffrescamento, si accetta di dover filtrare di più.
Ora mettete accanto a queste righe la fotografia del vostro tetto. La presa d’aria, il filtro e la classe di pulizia stanno dentro un documento. La superficie da cui quell’aria arriva — la copertura, i telai delle unità, il bordo dei dry cooler — non sta dentro nessun documento, e ci vivono sopra dei volatili.
Il punto onesto: nessuno ha misurato quanta parte della polvere sui vostri filtri arrivi dai volatili, e noi non ve lo diremo. Quello che si può dire è un’altra cosa: i volatili nei data center sono una sorgente che sta a monte di tutto il resto, ed è una delle poche che si può togliere del tutto.
E sulle batterie, che cosa succede davvero
Qui si esce dalla contaminazione dell’aria in sala e si entra nella resa dell’impianto. Le batterie alettate scambiano calore con l’aria che ci passa attraverso: se il passaggio si stringe, la portata cala e lo scambio peggiora.
Quanto costa, esattamente, dipende dall’impianto. Uno studio del Lawrence Berkeley National Laboratory sugli impianti di condizionamento (Siegel, Walker e Sherman, ACEEE 2002) misura che «a 5-10 % drop in flow causes a 2-4 % drop in Energy Efficiency Ratio (EER), capacity, and power draw», e aggiunge che su impianti già al limite le perdite possono essere molto maggiori. Non sono numeri di un data center e non li presentiamo come tali: sono l’ordine di grandezza di che cosa succede quando l’aria fa fatica a passare.
Vale la pena aggiungere una cosa che si vede spesso in campo: le alette sono di alluminio sottile e si piegano con niente. Pulirle a getto forte è il modo più rapido per schiacciare le alette e chiudere il passaggio invece di aprirlo. Ne abbiamo parlato anche a proposito del guano su macchinari e quadri elettrici.
I documenti che il vostro capitolato già richiama
Non sono obblighi di legge: sono standard tecnici volontari. Contano quando il capitolato, il cliente o il certificatore li richiamano — il che, in un data center, succede quasi sempre.
| Riferimento | Che cosa dice, testualmente | Che cosa c’entra con i volatili |
|---|---|---|
| ASHRAE TC 9.9 Gaseous and Particulate Contamination Guidelines for Data Centers (2011), Executive Summary | «ASHRAE recommends that data centers be kept clean to ISO Class 8». Testo del whitepaper | La polvere che entra dalla copertura è un parametro dichiarato, non un fastidio estetico. Guano secco e piumino sono polvere generata sul tetto, a monte della presa d’aria. |
| ASHRAE TC 9.9 stesso documento, limiti di corrosività | Severità ISA 71.04 G1, con «copper reactivity rate of less than 300 Å/month» e «silver reactivity rate of less than 200 Å/month». | Se l’ambiente è tenuto entro G1 per contratto, ogni sorgente di contaminazione a monte va governata, non subita. |
| ASHRAE TC 9.9 stesso documento, free-cooling | «Air-side economizers increase the reliability risk in data centers»; l’aria in ingresso «may require use of MERV 11 or, preferably, MERV 13 filters». | Più aria esterna significa più portata attraverso il varco su cui si posano i volatili. Chi ha il free-cooling ha il problema amplificato. |
| ANSI/ISA-71.04 livelli di severità | G1 = «an environment sufficiently well controlled such that corrosion is not a factor in determining equipment reliability». | È la definizione che ASHRAE richiama. Un tetto non governato è l’unica parte dell’impianto che nessuno sta controllando. |
| D.Lgs. 81/2008 art. 28 | La valutazione dei rischi riguarda tutti i rischi per la sicurezza e la salute dei lavoratori. | Chi sale in copertura per la manutenzione lavora su superfici con guano e materiale di nido. È una voce che entra nel DVR: ne parliamo in guano e sicurezza sul lavoro. |
Le versioni degli standard cambiano e le citazioni qui sopra sono prese dal whitepaper ASHRAE nella versione pubblicata sul sito ASHRAE. Se il vostro capitolato richiama un’edizione diversa, fa fede quella.
Quando avete cambiato i filtri l’ultima volta, e perché?
Mandateci due foto della copertura e l’intervallo di sostituzione dei filtri dell’ultimo anno. Vi diciamo se sul tetto c’è una sorgente che si può togliere, e da quale punto conviene partire.
Quattro mosse che su una copertura tecnica costano care
Sono le scorciatoie che si prendono quando il problema viene notato tardi. Ognuna ha un effetto preciso, e nessuno è quello sperato.
1Lavare il tetto a pressione
Il guano secco a getto forte non si scioglie: si polverizza e si solleva, e lo fa a pochi metri dalla presa d’aria che in quel momento sta aspirando. Si bagna prima a bassa pressione, si raccoglie, con la protezione addosso, e si concorda una finestra con chi gestisce l’impianto. Come si fa una bonifica.
2Fissare i dissuasori con le viti
Su una copertura impermeabilizzata ogni foro è un punto d’ingresso per l’acqua, e sul telaio di un’unità ancora in garanzia è una modifica non autorizzata. Su queste superfici si lavora con fissaggi incollati, zavorrati o a morsetto: non è una preferenza, è la condizione per poter intervenire.
3Il gufo finto sul dry cooler
Un oggetto che non si muove e non cambia mai smette di spaventare nel giro di pochi giorni: è assuefazione, e succede sempre. Dopo un mese il gufo è un posatoio in più e va pulito anche lui. Il discorso lungo sta in gufo finto e assuefazione.
4Rimandare a dopo l’estate
In primavera i nidi ci sono già, e in estate l’impianto è al massimo della resa frigorifera: nel momento in cui servirebbe fermare un’unità per lavorarci, è il momento in cui non si può. La finestra buona è fra l’autunno e l’inverno, quando il carico è più basso e i vani sono vuoti.
Le fotografie di questa sezione sono ricostruzioni realizzate al computer per mostrare la situazione: non ritraggono interventi Birdstop.
Quattro sistemi, scelti su una regola sola: non si fora niente
Su una copertura impermeabilizzata e su unità in garanzia il vincolo viene prima della tecnologia. Da lì in poi si guarda la superficie: un volume da chiudere, un bordo, una copertura ampia, un piazzale.
1Reti anti-volatili
Dove ha senso: vani tecnici aperti, sottotetti impiantistici, cavedi e pensiline: dove c’è un volume che si può chiudere.
Il limite: chiude un volume, non protegge la superficie di una copertura piana dall’alto.
Le reti
2Aghi e fili sui bordi
Dove ha senso: parapetti, coprimuro, cornicioni, travi e bordi dei telai: i posatoi lineari, che sono la maggioranza.
Il limite: vanno sul bordo, non sulla superficie della batteria alettata, e il fissaggio va scelto in base al supporto.
Gli aghi
3FlyAway
Dove ha senso: coperture ampie con molte unità sopra, dove stendere reti è impraticabile e i bordi da trattare sarebbero decine.
Il limite: va progettato sul posto e installato prima della stagione dei nidi, non durante.
FlyAway
4BirdLaser AI
Dove ha senso: piazzali, aree perimetrali e coperture molto estese, dove non c’è un contorno da chiudere.
Il limite: richiede un progetto sulle traiettorie e sulla sicurezza di chi lavora nell’area.
BirdLaser AISui bordi si usa anche BirdFire, un dissuasore visivo e olfattivo che non ferisce e non buca niente, e sulle superfici a vista BirdTikol, quando l’estetica conta. Quasi sempre i sistemi si combinano: qui spieghiamo con che criterio.
I punti di partenza, IVA esclusa: BirdFire da 500 €, FlyAway da 2.800 €, BirdLaser AI da 7.500 €, più 200 € quando serve la piattaforma aerea. Sono ordini di grandezza, non preventivi: su una copertura tecnica pesano soprattutto il numero di unità, i metri di bordo e come ci si arriva. Il resto sta in quanto costa allontanare i volatili e in quanto costano i piccioni a un’azienda.
Un sistema per le coperture, e come si porta via il guano
Quando i bordi da trattare sarebbero decine
FlyAway rende sgradita un’area senza reti e senza forature. Guardatelo se il vostro tetto ha molte unità e nessun contorno che si possa chiudere.
FlyAwayLa parte che viene prima, e che non si salta
Come si porta via il guano accumulato prima di montare qualunque cosa. Sulle coperture tecniche è anche il momento in cui si concorda la finestra con chi gestisce l’impianto.
La bonificaCome si lavora su una copertura tecnica, in quattro tempi
Rilievo con il manutentore
Si sale con chi ci sale di solito: dove si posano, dove nidificano, quali unità sono in garanzia e dove passa l’aria. Le prese d’aria si mappano prima di tutto il resto.
Bonifica a vani vuoti
Guano e materiale di nido via dalla copertura e dai vani, con le protezioni e in una finestra concordata con l’esercizio.
Installazione senza forature
Fissaggi incollati, zavorrati o a morsetto su bordi, telai e vani. Niente viti sulla membrana, niente modifiche alle unità.
Controllo prima della primavera
Si verifica che nessun vano sia stato rioccupato e si corregge dove serve, prima che ricominci la stagione dei nidi.
Cosa dicono i clienti Birdstop
Recensioni verificate su Trustpilot, non testimonianze riportate da noi.

Linda Abenaim — biologa ed entomologa, Ekonore
Perché scelgono proprio quella fila di unità
Linda Abenaim, biologa ed entomologa di Ekonore, parte da una constatazione semplice: il piccione non cerca un edificio, cerca un microclima. Una copertura con macchine che scaricano calore offre in inverno la cosa più scarsa che ci sia in città, cioè una superficie tiepida e asciutta, e in più è alta e senza disturbo.
Il secondo punto su cui insiste è la cavità. I vani grigliati, gli spazi fra un telaio e la copertura, le passerelle portacavi riproducono quello che per un colombo è l’ambiente naturale di nidificazione: una nicchia riparata sopra e aperta da un lato. Non è un ripiego, è esattamente quello che cerca.
Da qui la sua indicazione pratica: sui tetti tecnici il lavoro che conta non è sul singolo posatoio, ma sulle cavità. Finché restano disponibili, il gruppo torna, e torna nello stesso punto anche dopo una pulizia fatta bene.
Contenuto tecnico rivisto dall’area scientifica Ekonore. Testo editoriale in forma di sintesi, sottoposto a validazione.
Proteggiamo edifici e impianti di cui conoscete il nome
Dalle grandi realtà produttive agli enti pubblici, proteggiamo coperture, facciate e impianti dai piccioni e dagli altri volatili infestanti.


















Lavoriamo dentro procedure, non a sensazione
Su un sito tecnico il fornitore entra con un DUVRI, una procedura e delle certificazioni verificabili. Queste sono le nostre.
Certificati rilasciati a Ekonore S.r.l.
Le domande che arrivano dai siti tecnici
I piccioni possono davvero far consumare di più un impianto di raffreddamento?
Quello che è documentato è il meccanismo: piumino, piume e guano secco riducono il passaggio d’aria fra le alette, e meno portata significa meno scambio termico. Di quanto, dipende dall’impianto: lo studio LBNL citato nell’articolo misura un calo di EER del 2-4 % per una riduzione di portata del 5-10 % su impianti di condizionamento, con perdite maggiori su impianti già al limite. Non sono numeri presi su un data center e non li spacciamo per tali.
Si può installare senza forare la copertura?
È la regola con cui lavoriamo su queste superfici. Si usano fissaggi incollati, zavorrati o a morsetto su bordi, telai e vani. Ogni foro su una membrana impermeabile è un punto d’ingresso per l’acqua, e sulle unità in garanzia una foratura è una modifica non autorizzata.
Bisogna fermare gli impianti per intervenire?
Di norma no, ma la finestra si concorda: la bonifica solleva polvere e va fatta quando ha senso rispetto alle prese d’aria, non quando capita. Nel rilievo si guarda insieme al manutentore quali unità sono ridondate e quali no.
Qual è il periodo giusto dell’anno?
Fra l’autunno e l’inverno: i vani sono vuoti, il carico frigorifero è più basso e si arriva pronti alla primavera. In primavera i nidi ci sono già, e in estate fermare un’unità è la cosa più difficile.
E se l’impianto ha il free-cooling?
Il problema è amplificato, perché la portata d’aria esterna è molto maggiore. Lo stesso whitepaper ASHRAE avverte che gli economizzatori lato aria aumentano il rischio, e indica filtri MERV 11 o preferibilmente MERV 13. Il tetto, in quel caso, è a monte dei vostri filtri.
Che cosa serve a chi fa manutenzione in copertura?
Lavorare su superfici con guano e materiale di nido è un rischio che va valutato nel DVR: protezione delle vie respiratorie, guanti, e mai spazzare o soffiare a secco. La bonifica professionale serve proprio a togliere il problema prima che qualcun altro ci lavori sopra.
Quanto costa proteggere la copertura di un sito tecnico?
Dipende dal numero di unità, dai metri di bordo e dall’accesso. Come punti di partenza, IVA esclusa: BirdFire da 500 €, FlyAway da 2.800 €, BirdLaser AI da 7.500 €, più 200 € per la piattaforma aerea. Il numero vero esce dal sopralluogo tecnico, che serve a trasformare un ordine di grandezza in un numero.
La copertura si prepara quando il carico è basso
Raccontateci il vostro sito: sui volatili nei data center vi diciamo da quali unità conviene partire e in quale finestra.
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Raccontateci la vostra copertura
Quante unità, che tipo di membrana, se c’è il free-cooling e da quanto tempo ve ne siete accorti: vi richiamiamo.
