Su un monumento all’aperto non c’è un volume da chiudere: c’è un appoggio da togliere
Su un edificio si chiude una cavità e il problema finisce. Un’area archeologica non ha un involucro: è aperta al cielo, ai visitatori e alla città, e ogni cornice, ogni barra, ogni piano inclinato è un possibile appoggio. Cambia quindi il criterio con cui si decide dove intervenire — e la risposta, quasi sempre, non è il punto più sporco: è il punto che sta sopra la testa delle persone.

Risposta rapida
Su un sito archeologico o un monumento all’aperto non si può ragionare per esclusione fisica come su un edificio: non c’è un volume da chiudere, e ogni modifica permanente è esclusa in partenza. Si lavora quindi sull’appoggio, e la priorità si stabilisce dal percorso di visita e non dal degrado visibile: conta di più una barra sopra la testa dei visitatori di dieci metri di cornice su un fronte cieco. La scelta del sistema segue quattro criteri — reversibilità, numero minimo di fissaggi, compatibilità con il supporto e impatto visivo — e qualunque installazione, anche minima, richiede l’autorizzazione del soprintendente ai sensi dell’art. 21 comma 4 del Codice dei beni culturali.
4 cose che cambiano rispetto a un edificio
Un capitolato scritto per un condominio, applicato a un’area archeologica, sbaglia quasi tutto: sbaglia la lavorazione risolutiva, sbaglia l’ordine delle priorità e sottostima la parte autorizzativa. Queste quattro differenze sono quelle che, ignorate, fanno arrivare in Soprintendenza un progetto che non può essere approvato.
1Non c’è un involucro da chiudere
Su un edificio la lavorazione risolutiva è togliere lo spazio: si chiude il sottotetto, il cavedio, la nicchia, e la nidificazione finisce. Un monumento all’aperto quello spazio è: arcate, ambulacri, fornici sono il bene, non un accessorio del bene. Resta una sola leva, l’appoggio, e va tolta senza toccare la materia.
2Il fissaggio è la variabile critica, non il sistema
Sulla carta quasi tutti i sistemi «si possono usare». In pratica la domanda non è quale dissuasore, ma quanti fori, dove e in che materiale. Un sistema efficace che richiede ancoraggi diffusi sulla pietra originale non è un’opzione: è una richiesta che non verrà autorizzata.
3Il pubblico è sotto, e questo cambia le priorità
Un monumento visitato ha una variabile che un edificio chiuso non ha: sotto i posatoi passano persone. Il punto da trattare per primo non è quello più sporco, ma quello che sta sopra il percorso — ed è spesso un dettaglio modesto, una barra, un aggetto di pochi centimetri.
4Il cantiere non può chiudere il monumento
Si lavora in quota, su un bene aperto alla città, con il pubblico che continua a passare. Questo pesa sui tempi e sul modo più di quanto pesi la scelta tecnica: fasce orarie, accessi, protezione dei percorsi e coordinamento con la direzione del sito sono la parte lunga del lavoro.
Il Codice dei beni culturali, nelle righe che riguardano un dissuasore
Non serve leggere tutto il Codice: su questo tema decidono cinque commi. Due dicono che cosa non si può fare al bene, due come si chiede il permesso e in quanto tempo, uno che cosa succede a chi salta il passaggio. Sono anche le righe da citare in una relazione tecnica allegata all’istanza.
| Riferimento | Che cosa dice, alla lettera | Che cosa significa in cantiere | Link |
|---|---|---|---|
| D.Lgs. 42/2004Articolo 20, comma 1 — divieto generale | «I beni culturali non possono essere distrutti, deteriorati, danneggiati o adibiti ad usi non compatibili con il loro carattere storico o artistico oppure tali da recare pregiudizio alla loro conservazione»È la norma che rende il guano accumulato un problema di conservazione e non solo di decoro. | Vale in entrambe le direzioni: il degrado biologico va contrastato, ma anche l’intervento di contrasto deve essere compatibile. Un dissuasore che segna la pietra risolve un problema creandone un altro dello stesso tipo. | fonte |
| D.Lgs. 42/2004Articolo 21, comma 4 — autorizzazione | «Fuori dei casi di cui ai commi precedenti, l’esecuzione di opere e lavori di qualunque genere su beni culturali è subordinata ad autorizzazione del soprintendente»«Di qualunque genere»: non esiste una soglia di minima entità sotto la quale si possa procedere. | È la riga che smonta l’idea che «per pochi metri di dissuasore non serva niente». Qualunque installazione su un bene tutelato passa da qui, anche se non tocca la materia storica. | fonte |
| D.Lgs. 42/2004Articolo 21, comma 5 — prescrizioni | «L’autorizzazione è resa su progetto o, qualora sufficiente, su descrizione tecnica dell’intervento, presentati dal richiedente, e può contenere prescrizioni»Il soprintendente può inoltre adottare o modificare le prescrizioni entro cinque anni dall’inizio dei lavori. | Il sistema si sceglie in funzione delle prescrizioni, non prima. Ed è il motivo per cui non esistono dissuasori «approvati dalla Soprintendenza»: si autorizza un intervento su un bene, non un prodotto. | fonte |
| D.Lgs. 42/2004Articolo 22, comma 1 — tempi | Termine ordinario di 120 giorni per il rilascio dell’autorizzazione (sintesi della norma, non citazione letterale)Il termine è sospeso quando la Soprintendenza chiede chiarimenti o integrazioni documentali. | È la voce che va messa nel cronoprogramma prima ancora dei ponteggi. Un’impresa che promette «pratica evasa in poche settimane» sta promettendo una cosa che non dipende da lei. | fonte |
| D.Lgs. 42/2004Articolo 169, comma 1 lett. a) — sanzione | «chiunque senza autorizzazione demolisce, rimuove, modifica, restaura ovvero esegue opere di qualunque genere sui beni culturali indicati nell’articolo 10»La norma prevede l’arresto da sei mesi a un anno e l’ammenda da 775 a 38.734,50 euro. | Rende chiaro perché il tema non è formale. Installare senza autorizzazione non è un’irregolarità amministrativa: è una fattispecie penale. | fonte |
Tre cose da non dire, nemmeno per sintesi. Che un sistema «è approvato dalla Soprintendenza» — si autorizza l’intervento su quel bene, non il prodotto. Che l’impresa «ottiene l’autorizzazione» — l’istanza la presenta il soggetto legittimato, e il progetto lo firma un tecnico abilitato: chi installa prepara la documentazione tecnica a supporto. E che vincolo paesaggistico e vincolo monumentale siano la stessa cosa: sono due regimi distinti del Codice, e l’art. 21 riguarda i beni culturali dell’art. 10. Prima di tutto va verificato se sul bene esiste davvero una dichiarazione di interesse culturale: non ogni edificio antico è un bene vincolato.
La priorità non si legge sul degrado: si legge sul percorso
È il punto in cui un intervento su un monumento si allontana di più dal senso comune. Guardando una facciata si interviene dove «si vede di più»; guardando la pianta del percorso di visita si interviene dove il materiale cade addosso a qualcuno. Le due mappe non coincidono quasi mai, e la seconda è quella che decide l’ordine dei lotti.
| Zona | Che cosa comprende | Perché conta | Priorità |
|---|---|---|---|
| Sopra il percorso di visitabarre, aggetti e cornici a poca altezza dal camminamento | Le barre orizzontali dei fornici, i marcapiani interni, gli architravi e le cornici che corrono sopra i tratti in cui il pubblico si ferma o transita. | È l’unica zona in cui il guano non cade su una superficie ma su una persona. Al Colosseo il problema non era sulla pietra: era il materiale che scendeva dalle barre dei fornici inferiori sul percorso di visita. | Massima. Si tratta per prima anche quando ha pochi metri lineari e non è la parte più degradata del monumento. |
| Superfici scultoree e materiali porosicapitelli, cornici modanate, statue, elementi in travertino e laterizio | Le parti in cui la geometria trattiene il materiale e il supporto lo assorbe: sottosquadri, gole, modanature, superfici scabre. | Qui l’accumulo non si limita a sporcare: resta, si compatta e la rimozione diventa a sua volta un’operazione delicata. È la zona in cui il ritardo costa di più. | Alta. Va valutata con chi si occupa della conservazione del bene, perché la bonifica può richiedere competenze di restauro. |
| Volumi ancora chiudibilifornici tamponabili, nicchie, vani di servizio, sottotetti di corpi aggiunti | I pochi punti in cui, su un monumento, esiste davvero un volume da precludere senza toccare la materia originale. | È l’unica zona in cui si può ragionare per esclusione fisica come su un edificio, e quindi l’unica in cui il risultato è stabile nel tempo senza manutenzione frequente. | Alta quando esiste. Su un’area archeologica è l’eccezione, non la regola. |
| Fronti in vista senza pubblico sottocortine murarie, prospetti alti, coronamenti non affacciati sul percorso | Le superfici che si vedono da lontano e su cui il degrado è visibile, ma sotto le quali non passa nessuno. | Vanno trattate, ma non per prime: hanno molti metri lineari e assorbono il budget. È anche la parte che, con un secondo lotto, si può programmare senza conseguenze. | Programmabile. È la zona in cui la pressione a intervenire è più alta e l’urgenza reale più bassa. |
La conseguenza pratica per chi redige il progetto: la mappa dei posatoi va sovrapposta alla planimetria del percorso di visita, non guardata da sola. È mezza giornata in più di rilievo, e cambia completamente che cosa entra nel primo lotto.
Chiudere lo spazio o togliere l’appoggio: quasi sempre si può fare solo la seconda
È la distinzione che regge tutto il ragionamento su un bene tutelato. Chiudere uno spazio è risolutivo e dura nel tempo, ma richiede un volume che si possa precludere senza alterare il bene — e su un monumento all’aperto questo volume raramente esiste. Togliere l’appoggio si può fare quasi ovunque, ma è una lavorazione che va mantenuta.
Dove esiste un volume, è la scelta migliore
Un fornice, una nicchia, un vano di servizio, il sottotetto di un corpo aggiunto: se il volume si può chiudere con una rete tesa su un telaio indipendente, il sito di nidificazione sparisce e con esso il problema. È la lavorazione che a Porta Asinaria ha accompagnato gli impianti sui tratti di cortina.
- Risolve la nidificazione, non solo la sosta: è l’unica che lo fa.
- Va progettata con ancoraggi puntuali e reversibili, meglio se su materiale di reintegro e non su quello originale.
- Il limite è che o chiude tutto o non conta: una maglia lasciata aperta su un lato non serve.
Dove non c’è niente da chiudere, è l’unica
Superfici continue, intradossi, barre, cornici, coronamenti: qui non esiste un volume, esiste un piano su cui posarsi. Si rende quel piano non conveniente, con sistemi che si appoggiano o si tendono e che si possono togliere. Sulla cupola del Pantheon e sotto i fornici del Colosseo è questa la strada che è stata seguita.
- Si applica quasi ovunque, anche dove qualunque foratura sarebbe esclusa.
- Non chiude nessuna cavità: se accanto resta un vano nidificabile, il problema si sposta di due metri.
- È una lavorazione che si ricontrolla: va messa a contratto insieme all’installazione, non dopo.
Il criterio, detto in una riga: si chiude dove si può, si dissuade dove non si può chiudere, e non si fa il contrario per comodità. Mettere un dissuasore davanti a un vano che si poteva tamponare significa pagare una manutenzione perpetua per un problema che si poteva chiudere una volta.
7 passaggi, e il terzo dura più di tutti gli altri
È la sequenza che proponiamo quando il committente è un parco archeologico, una direzione museale o un ente che ha in gestione un monumento. La differenza rispetto a un edificio sta tutta nel fatto che fra il rilievo e il cantiere c’è un procedimento amministrativo con un termine di legge, e che quel termine va messo a calendario prima di qualsiasi altra cosa.
- Verificare che cosa è vincolato, e a che titolo. Non ogni edificio antico è un bene culturale dichiarato, e il regime del vincolo paesaggistico non è quello del vincolo monumentale. La prima domanda — esiste una dichiarazione di interesse culturale su questo bene? — decide quale procedura si applica e chi è l’interlocutore.
- Rilevare i posatoi sovrapponendoli al percorso di visita. Ogni punto censito porta con sé due informazioni in più: che cosa c’è sotto, e a che quota. Serve anche salire: le superfici che dal basso non si vedono — il piano di una cupola, un coronamento, l’estradosso di una volta — sono quelle che un rilievo da terra non trova mai.
- Impostare l’istanza di autorizzazione e mettere a calendario i 120 giorni. L’art. 21 comma 4 non prevede soglie: qualunque installazione passa dall’autorizzazione del soprintendente. L’istanza la presenta il soggetto legittimato, il progetto o la descrizione tecnica li firma un tecnico abilitato, e chi installa fornisce la documentazione tecnica a supporto. Il termine dell’art. 22 è ordinariamente di 120 giorni e si sospende in caso di integrazioni.
- Scegliere il sistema dopo aver letto le prescrizioni, non prima. L’autorizzazione può contenere prescrizioni, e quelle prescrizioni sono il vero capitolato. È il motivo per cui una scheda prodotto non è una risposta e per cui nessun dissuasore è «già approvato»: si valuta l’intervento su quel bene.
- Bonificare prima di installare, con le cautele del caso. Su materiale accumulato da anni e su supporti porosi la rimozione è una lavorazione a sé: umidificazione preventiva, protezione degli operatori, gestione del materiale rimosso, e su superfici scultoree il coinvolgimento di chi ha competenze di restauro. Installare sopra il pregresso è il modo più rapido per rifare tutto fra due anni.
- Installare con il numero minimo di fissaggi, e reversibili. Il criterio non è l’efficacia in assoluto ma la somma di quattro cose: reversibilità, quantità di ancoraggi, compatibilità dei materiali con il supporto e impatto visivo dal punto in cui l’osservatore guarda il monumento. Quando è possibile, i fissaggi vanno su materiale di reintegro e non sull’originale.
- Mettere per iscritto chi ricontrolla, quando e con quale documento. Sopralluogo programmato con verbale fotografico, ripristino di ciò che si è allentato o riempito di detriti, e archiviazione della documentazione insieme a quella dell’autorizzazione. Su un bene tutelato la tracciabilità di quello che è stato fatto vale quanto il lavoro.
Se in questa lista dovete difendere un solo passaggio davanti a chi vuole accorciare i tempi, difendete il terzo: i 120 giorni non sono un ritardo dell’impresa, sono il termine di legge del procedimento. Comprimere quella fase non si può; anticiparla, sì.
Il rilievo dei posatoi da allegare all’istanza
Sopralluogo sul bene, anche in quota, mappa dei punti sovrapposta al percorso di visita, metri lineari e volumi per tipologia di superficie, ipotesi di sistema con la sua reversibilità dichiarata e relazione fotografica. È il materiale tecnico che serve a chi firma il progetto e a chi presenta la domanda.
0584 433 198Scrivici dal modulo4 errori che su un bene tutelato costano molto più che altrove
Su un edificio qualunque questi quattro errori producono un lavoro da rifare. Su un monumento producono un danno alla materia, una pratica da riaprire o una stagione persa — e in un caso una responsabilità penale.
Lavare con l’idropulitrice perché «è solo sporco»
Su travertino, laterizio e intonaci storici la pressione non toglie soltanto il guano: dilava la superficie, apre le porosità e spinge materiale organico dentro il supporto e nelle connessure. La rimozione su un bene tutelato è una lavorazione conservativa con una procedura, non una pulizia straordinaria fatta in fretta.
Progettare il sistema prima dell’autorizzazione
È l’errore che fa perdere un’intera stagione. L’autorizzazione può contenere prescrizioni, e le prescrizioni cambiano la scelta: un progetto costruito attorno a un prodotto va rifatto, un progetto costruito attorno ai criteri — reversibilità, fissaggi, compatibilità, impatto visivo — si adatta.
Trattare la stagione riproduttiva come un dettaglio
Con nidi occupati non si interviene, e su un monumento il rinvio è doppiamente costoso: le finestre di cantiere concordate con la direzione del sito non si riaprono quando fa comodo all’impresa. Il vincolo di periodo va scritto nel cronoprogramma insieme ai 120 giorni del procedimento, non scoperto sul ponteggio.
Aggiungere metri di dissuasore al posto di cambiare approccio
È l’errore documentato meglio di tutti nei nostri lavori: su Porta Asinaria e sulle Mura Aureliane era già stato installato circa un chilometro di dissuasori ad aghi, e i piccioni erano rimasti. Quando un sistema non tiene, la risposta non è installarne di più: è capire perché quel tipo di appoggio non era quello che li tratteneva.
Le due lavorazioni viste da vicino: togliere l’appoggio, oppure chiudere il volume
Come si presenta un dissuasore che si appoggia e si toglie
Sono le coppette che si vedono all’intradosso di una volta o su un piano inclinato: si posano, non si ancorano, e si rimuovono senza lasciare traccia. Su un bene tutelato questa è la caratteristica che conta più dell’efficacia dichiarata, perché è quella che rende l’intervento compatibile con il principio di reversibilità.
La scheda di BirdFireChe cosa vuol dire chiudere un fornice senza toccarlo
La rete è l’unica lavorazione che elimina il sito di nidificazione invece di renderlo scomodo, e su un monumento è praticabile solo dove esiste un vano che si possa precludere. Nel video si vede la tesatura e il telaio: su un bene tutelato è proprio la struttura di supporto — dove si appoggia, quanti punti, con quale materiale — il cuore del progetto.
Le reti anti-volatiliTre monumenti, tre risposte diverse alla stessa domanda
Sono tre nostri lavori su beni dello Stato, e messi in fila mostrano bene che cosa cambia da caso a caso: dove il problema stava sopra il pubblico, dove stava su una superficie che dal basso non si vede, e dove un sistema già installato non aveva funzionato.
Caso studioColosseo, Roma
I colombi si posavano sulle barre orizzontali dei fornici inferiori, a pochi metri da terra, e il guano cadeva sul percorso di visita. Bonifica e poi dissuasione, senza un foro, una vite o un ancoraggio sulla pietra antica.
Leggi il caso studio
Caso studioPantheon, Roma
Gli spicchi in lieve pendenza attorno all’oculo erano diventati un punto di sosta abituale. Reti e spuntoni erano esclusi perché si vedono: prima la bonifica, poi un dissuasore appoggiato e removibile, senza alcun ancoraggio.
Leggi il caso studio
Caso studioPorta Asinaria, Mura Aureliane
Circa un chilometro di dissuasori ad aghi era già stato installato, e i piccioni erano rimasti. Sono stati messi in opera cinque impianti a campo elettromagnetico e alcune reti su circa 800 metri di cortina, senza rimuovere ciò che c’era prima.
Leggi il caso studio3 famiglie di sistemi, e quattro criteri che vengono prima
Su un bene tutelato la domanda «quale sistema è il più efficace» è mal posta. La domanda è quale sistema tiene su quattro criteri insieme: si può togliere senza lasciare traccia, quanti fissaggi richiede e dove, i materiali sono compatibili con il supporto, e quanto si vede dal punto in cui la gente guarda il monumento. Sono i criteri che la Soprintendenza valuta caso per caso — e nessuno di questi tre sistemi è «sempre» quello giusto.
1BirdFire
Dove ha senso: intradossi, piani inclinati, superfici continue e ogni punto in cui qualunque foratura sarebbe esclusa.
Si appoggia e si rimuove: è l’opzione che regge meglio il criterio di reversibilità, ed è quella scelta sulla cupola del Pantheon e sotto i fornici del Colosseo. Il limite onesto: non è una barriera fisica, non chiude nessuna cavità e va ricontrollato nel tempo.
Vedi la pagina del sistema
2FlyAway
Dove ha senso: coronamenti, coprimuro, cornici lunghe e tratti di cortina muraria dove conta non alterare la lettura del prospetto.
Lavora senza punte e da qualche metro non si legge: su un fronte monumentale è la differenza fra un intervento che si nota e uno che non si nota. Il limite onesto: pochi punti di appoggio ma pur sempre punti, va teso bene e ricontrollato, e non chiude nessun vano.
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3Reti anti-volatili
Dove ha senso: fornici, nicchie, vani di servizio e ogni volume che si possa precludere con un telaio indipendente.
È l’unica lavorazione che toglie il sito di nidificazione, quindi l’unica il cui effetto non dipende dall’abitudine dell’animale. Il limite onesto: richiede una struttura di supporto, e su un bene tutelato il progetto sta tutto in dove e come quella struttura si appoggia.
Vedi la pagina del sistemaLa regola che ne discende in fase di offerta: un preventivo che nomina il prodotto prima di aver letto le prescrizioni sta vendendo, non progettando. Su un bene culturale l’ordine corretto è sempre lo stesso: rilievo, istanza, prescrizioni, e solo allora la scelta tecnica.
4 fasi, e la seconda è la più lunga di tutte
La parte tecnica di un intervento su un monumento non è particolarmente diversa da quella su un edificio: cambia il modo di fissare e cambia la scelta dei materiali. Quello che cambia davvero è che in mezzo c’è un procedimento autorizzativo con un termine di legge, e che il progetto deve essere scritto in modo da reggere le prescrizioni che ne usciranno.
Sopralluogo anche in quota, con il percorso di visita in mano
Si sale dove serve, perché le superfici che dal basso non si vedono — il piano di una cupola, un coronamento, l’estradosso di una volta — sono quelle che un rilievo da terra non trova. Ogni punto viene registrato con che cosa ha sotto e a che quota: è il dato che poi ordina i lotti.
Documentazione tecnica a supporto dell’istanza
Non presentiamo noi la domanda: l’istanza la porta il soggetto legittimato e il progetto lo firma un tecnico abilitato. Quello che forniamo è la parte tecnica — posizione dei punti, tipo di fissaggio, materiali, modalità di rimozione, impatto visivo — scritta in modo che il soprintendente abbia gli elementi per valutare. È la fase in cui si consumano i 120 giorni dell’art. 22, ed è il motivo per cui questa lavorazione si programma con un anno di anticipo, non con un mese.
Bonifica come lavorazione conservativa, poi installazione
Umidificazione preventiva, protezione degli operatori e dei percorsi, gestione del materiale rimosso; su superfici scultoree o particolarmente porose il coordinamento con chi si occupa della conservazione del bene. Solo dopo si installa, con il numero minimo di fissaggi e privilegiando, dove c’è, il materiale di reintegro rispetto a quello originale.
Documentazione di quello che resta sul bene
Alla consegna resta il verbale con le fotografie punto per punto, la descrizione di che cosa è stato installato e con quale sistema di fissaggio, e il calendario dei controlli. Su un bene tutelato serve a due cose: chiudere il fascicolo dell’autorizzazione e permettere, fra dieci anni, di rimuovere l’impianto sapendo esattamente dove sono i punti di appoggio.
Due rilievi, e in entrambi il punto critico è un dettaglio
Sono due immagini di lavoro, con le aree di stazionamento segnate sopra la fotografia. Servono a mostrare una cosa che a parole si capisce poco: quello che decide un progetto non è la superficie del monumento, è un dettaglio geometrico di pochi centimetri che si ripete.


Le due immagini sono rilievi fotografici annotati da noi in fase di progetto, non rese grafiche. I lavori completi sono raccontati nel caso studio del Pantheon e in quello del Colosseo.
Cosa dicono i clienti Birdstop
Recensioni verificate su Trustpilot, una piattaforma che non controlliamo noi.

Linda Abenaim, biologa ed entomologa
L’area scientifica Ekonore richiama un punto che sui monumenti viene spesso trascurato: la scelta del posatoio non dipende dal pregio del supporto ma dalla sua geometria. Un piano orizzontale largo pochi centimetri, riparato dall’alto e con una via di fuga libera davanti, è un buon posatoio tanto su una barra metallica quanto su una cornice antica. È il motivo per cui, su un’architettura ricca di modanature e aggetti, i punti di sosta si moltiplicano senza che nulla sia «peggiorato»: l’offerta di appoggi era già lì da secoli.
Il secondo elemento riguarda la sequenza. La rimozione del materiale accumulato e la chiusura dei siti riproduttivi vanno pensate insieme, perché gli ectoparassiti dei nidi non scompaiono con il nido: privati dell’ospite restano nell’ambiente e cercano un’alternativa. In un monumento visitato questo significa prevedere il trattamento prima della chiusura dei volumi, non gestirlo dopo, soprattutto dove i vani interessati si affacciano su ambienti frequentati dal personale o dal pubblico.
Contenuto tecnico rivisto dall’area scientifica Ekonore.
Monumenti dello Stato, enti e grandi proprietà
Siti archeologici, infrastrutture e grandi proprietà: contesti in cui la parte tecnica è breve e la parte lunga è il percorso di atti che la rende possibile. I marchi sono quelli pubblicati sulla pagina dei partner.






6 certificazioni con un numero verificabile
In una qualifica fornitori per un ente sono le righe che vengono chieste per prime, e la UNI EN 16636 è quella pertinente: certifica chi eroga il servizio di gestione degli infestanti, non il materiale installato. La ISO 45001 pesa in modo particolare qui, perché su un monumento si lavora in quota e con il pubblico che continua a passare sotto.
Certificati rilasciati da Kiwa a Ekonore S.r.l. — Birdstop è la divisione allontanamento volatili di Ekonore.
Volatili su monumenti e aree archeologiche: domande e risposte
Serve l’autorizzazione della Soprintendenza anche per pochi metri di dissuasore?
Sì. L’articolo 21 comma 4 del Codice dei beni culturali stabilisce che «l’esecuzione di opere e lavori di qualunque genere su beni culturali è subordinata ad autorizzazione del soprintendente»: la formula «di qualunque genere» non lascia spazio a una soglia di minima entità. Non conta quanti metri sono, non conta che il sistema sia removibile e non conta che non tocchi la materia originale: l’installazione è comunque un’opera sul bene. La prima verifica, semmai, riguarda il bene stesso: esiste su di esso una dichiarazione di interesse culturale? Non ogni edificio antico è un bene culturale ai sensi dell’articolo 10.
Quanto tempo serve per l’autorizzazione?
Il termine ordinario indicato dall’articolo 22 comma 1 è di 120 giorni, e si sospende quando la Soprintendenza chiede chiarimenti o integrazioni. È un dato che va messo nel cronoprogramma prima dei ponteggi e prima della stagione: nessuna impresa può comprimerlo, perché non dipende da lei. Quello che si può fare è anticiparlo, presentando una documentazione tecnica completa che riduca le probabilità di una richiesta di integrazioni.
Esistono dissuasori già approvati per i beni vincolati?
No, e la formula «approvato dalla Soprintendenza» su un prodotto è scorretta. La Soprintendenza autorizza un intervento su un bene specifico, valutando quel progetto in quel contesto: non esistono prodotti omologati per categoria. L’autorizzazione, dice l’articolo 21 comma 5, «può contenere prescrizioni» — ed è da quelle prescrizioni che si finisce di scegliere il sistema, non dal catalogo.
La ditta che installa può occuparsi anche della pratica?
Può fornire la documentazione tecnica a supporto, e per un’istanza fatta bene serve: posizione dei punti, tipo e numero di fissaggi, materiali, modalità di rimozione, impatto visivo. Non può però presentare l’istanza al posto della proprietà né firmare il progetto: la domanda la porta il soggetto legittimato e il progetto o la descrizione tecnica li firma un tecnico abilitato. Chi promette di «ottenere l’autorizzazione» sta descrivendo male il proprio ruolo.
Da dove si comincia se il budget non copre tutto il monumento?
Dai punti che stanno sopra il percorso di visita, anche quando sono pochi metri e anche quando non sono la parte più degradata. È l’unica zona in cui il materiale non cade su una superficie ma su una persona, e al Colosseo è stata esattamente questa la lettura: il problema non era sulla pietra, era sopra la testa dei visitatori. Subito dopo vengono le superfici scultoree e i materiali porosi, poi i volumi ancora chiudibili, infine i fronti in vista senza pubblico sotto.
Meglio una rete o un dissuasore?
Sono due lavorazioni diverse, non due prodotti concorrenti. La rete toglie il volume e quindi elimina il sito di nidificazione: dove esiste un fornice o una nicchia che si possa chiudere con un telaio indipendente, è la scelta più stabile nel tempo. Il dissuasore toglie l’appoggio e si applica dove un volume da chiudere non c’è: superfici continue, intradossi, barre, coronamenti. L’errore da evitare è mettere un dissuasore davanti a un vano che si poteva tamponare: si paga manutenzione a vita per un problema che si chiudeva una volta.
Il guano su un monumento è un problema di decoro o di conservazione?
Di conservazione, e la norma lo dice. L’articolo 20 comma 1 del Codice stabilisce che i beni culturali «non possono essere distrutti, deteriorati, danneggiati o adibiti ad usi non compatibili con il loro carattere storico o artistico oppure tali da recare pregiudizio alla loro conservazione». Su supporti porosi come il travertino o il laterizio l’accumulo penetra e si compatta, e la rimozione diventa a sua volta un’operazione delicata: è il motivo per cui su queste superfici il ritardo costa più che altrove.
Che cosa succede se si installa senza autorizzazione?
L’articolo 169 comma 1 lettera a) punisce «chiunque senza autorizzazione demolisce, rimuove, modifica, restaura ovvero esegue opere di qualunque genere sui beni culturali indicati nell’articolo 10» con l’arresto da sei mesi a un anno e l’ammenda da 775 a 38.734,50 euro. Non è quindi un’irregolarità amministrativa da sanare a posteriori: è una fattispecie penale, e riguarda anche chi esegue materialmente i lavori.
Partiamo dal percorso di visita, non dalla facciata
Di quale bene si tratta e se è oggetto di dichiarazione di interesse culturale, quali tratti sono aperti al pubblico, dove si posano e da quanto. Con queste informazioni si capisce che cosa entra nel primo lotto, che cosa può aspettare e quanto tempo serve per la parte autorizzativa.
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Raccontateci di che bene si tratta
Sito archeologico, monumento, complesso monumentale o chiesa; se esiste una dichiarazione di interesse culturale, quali tratti sono aperti al pubblico e in che orari, dove si posano e da quanto dura. Se allegate una fotografia del punto in cui si fermano e una del percorso sottostante, si capisce già molto prima del sopralluogo.
