Il guano lo vedi sulla facciata, ma i colombi abitano dentro il campanile

Su una chiesa il punto sporco e il punto in cui i colombi vivono quasi mai coincidono. Le colate scendono sul prospetto, dove le vedono tutti; la colonia sta nella cella campanaria o nel sottotetto, dove non sale nessuno da anni. Rimettere in ordine queste due cose — prima il volume, poi la superficie — è quello che separa un intervento che tiene da uno che si rifà ogni due stagioni. E prima ancora di chiudere qualcosa, c’è una verifica che quasi nessuno fa: chi altro ci abita.

Art. 21 c. 4su un bene culturale ogni opera «di qualunque genere» passa dall’autorizzazione del soprintendente: nessuna soglia minima
Art. 12 c. 1i beni degli enti ecclesiastici civilmente riconosciuti sono trattati come tutelati finché la verifica non dice il contrario
marzo–luglioi mesi in cui i rondoni nidificano sugli edifici: chiudere in quella finestra può murare una nidiata
Loggia campanaria in pietra con colonnine e archetti, colombi posati sui cornicioni e un campanile in mattoni sullo sfondo al tramonto
La parte alta di un campanile al tramonto: colonnine, archetti, cornici aggettanti. Ogni modanatura è un piano orizzontale riparato dall’alto, cioè esattamente la geometria che un colombo cerca per fermarsi. Non è peggiorato niente: l’offerta di appoggi è quella da secoli.

Risposta rapida

Sui piccioni di chiese e campanili non decide il prodotto, decide l’ordine dei lavori. Prima si chiude il volume in cui i colombi entrano — cella campanaria, sottotetto, feritoie di aerazione, buche pontaie — perché è lì che nidificano. Poi si tolgono gli appoggi su cornicioni, marcapiani e coperture, dove non c’è niente da chiudere. E solo alla fine, sulle superfici vicine all’occhio — statue, rosone, capitelli, portale — si valuta se un sistema sia accettabile o se convenga non metterne. Due cose vengono prima di tutte: l’autorizzazione del soprintendente prevista dall’art. 21 comma 4 del Codice dei beni culturali, e la verifica che nell’apertura che stai per chiudere non ci sia una colonia di rondoni o di pipistrelli, che sono specie protette.

Perché succede

4 motivi per cui una chiesa raccoglie i colombi più degli edifici accanto

Non è una questione di pulizia né di abbandono: ci sono chiese tenute benissimo con il campanile pieno. Un edificio di culto mette insieme quattro condizioni che altrove si trovano di rado tutte e quattro, e sono queste a fare la differenza. Vale la pena leggerle prima di scegliere qualsiasi sistema, perché ognuna corrisponde a una lavorazione diversa.

Interno di una loggia sotto il tetto, con capriate in legno, arcate aperte sulla città e colombi posati sulle travi e sul pavimento1

La cella campanaria è una stanza aperta che nessuno usa

È l’unico ambiente del centro storico che sta a venti metri d’altezza, ha il tetto sopra, i muri che tagliano il vento e nessuno che entri per mesi. Per un colombo non è un posatoio: è un sito di nidificazione già pronto, che non deve nemmeno costruirsi. Ed è anche l’unico punto della chiesa in cui esiste davvero un volume da chiudere.

Piccola apertura rettangolare sotto la gronda di un edificio, senza serramento, con la muratura sporca attorno al bordo2

Le aperture di servizio non sembrano aperture

Feritoie di aerazione, oculi, coppi sollevati, buche pontaie mai richiuse dopo l’ultimo ponteggio: fori da sei o otto centimetri che nessuno considera un problema, e che a un colombo bastano. Sono anche i varchi più difficili da trovare da terra, perché l’unico segnale che danno è una colata che parte da un punto preciso del muro.

Cornicione modanato di un edificio storico con dentelli e mensole, colombi posati sul piano e colature chiare sulla pietra sottostante3

La facciata di una chiesa è modanata per definizione

Cornici, dentelli, mensole, capitelli, timpani, guglie: ogni aggetto è una mensola larga qualche centimetro, riparata dall’alto e con la via di fuga libera davanti. È la ragione per cui su un’architettura ricca i punti di sosta si moltiplicano senza che nulla sia cambiato: non è degrado, è geometria.

Cornicione di un edificio con colature chiare di guano che scendono verticalmente sulla superficie sottostante4

Sopra i dieci metri non sale nessuno, quindi nessuno vede

Un capannone ha un piano di manutenzione. Una chiesa parrocchiale, quasi mai: il campanile si apre per le campane e il sottotetto per un’infiltrazione. Il problema si scopre quando il guano arriva sul sagrato o quando una gronda smette di scaricare — cioè anni dopo che è cominciato.

Che cosa si paga davvero

6 voci su cui il conto arriva, quasi sempre in ritardo

Il guano sul sagrato è la voce visibile, ed è anche quella che costa meno. Le altre cinque si presentano come qualcos’altro — un’infiltrazione, una tegola da rimettere, una vetrata da pulire, un ponteggio da montare due volte — e per questo finiscono in bilanci diversi senza che nessuno le colleghi alla stessa causa.

Facciata in pietra chiara di un edificio storico con cornici modanate e tracce scure di sporco lungo le superfici verticali1

Pietra, marmo e intonaco

Il guano contiene alti livelli di acido urico e ha un pH fra 3 e 4,5: sui materiali si comporta come un acido diluito e attacca il carbonato di calcio e gli altri leganti delle pietre naturali e artificiali. Su una facciata modanata il materiale resta nei sottosquadri e nelle gole, dove la pioggia non arriva a dilavarlo.

Nido di rametti addossato al bordo di un canale di gronda, sotto il filare di tegole di un tetto2

Gronde e pluviali che smettono di scaricare

È il danno più sottovalutato ed è anche quello che le fonti conservative indicano come la causa principale del danno fisico agli edifici: non il guano sulla facciata, ma l’intasamento dei sistemi di drenaggio del tetto. Un pluviale otturato da nidi e piume scarica acqua contro il muro, e da lì nascono le macchie di umidità che poi si attribuiscono all’infiltrazione.

Statua in marmo su un alto basamento con due colombi posati sopra e colature chiare che scendono lungo la pietra3

Bronzi, rami e parti metalliche

Le stesse fonti segnalano che questi acidi corrodono metalli da costruzione come rame e bronzo, e la patina protettiva che li riveste. In una chiesa questo riguarda più cose di quante sembri: converse e scossaline, croci e banderuole, portali e statue in bronzo, e la ferramenta dentro la cella campanaria.

Tetto di coppi in primo piano con colombi posati sui filari e due cupole di chiese sullo sfondo4

Il manto di copertura

I colombi non rompono le tegole, ma le usano: si infilano sotto i coppi sollevati, allargano il varco e portano dentro il materiale del nido. Il risultato non è un buco visibile, è un manto che ha perso la sua continuità in dieci punti diversi e comincia a lasciar passare acqua battente.

Strato di guano secco e polveroso sull’assito di un sottotetto, illuminato da un fascio di luce che entra da un’apertura5

Chi sale, e che cosa respira

Un sottotetto con guano stratificato non è un ambiente neutro per il campanaro, per il manutentore o per il tecnico che va a controllare le campane. Il materiale secco si solleva al passaggio, e la rimozione richiede procedura e protezioni, non una scopa e una mascherina da cantiere.

Nido di piccione abbandonato in un sottotetto, con materiale secco e piume attorno alla base6

Quello che resta quando il piccione se ne va

La letteratura sanitaria descrive un meccanismo preciso: gli ectoparassiti dei nidi — zecche molli e acari — privati dell’ospite ne cercano un altro e possono spostarsi negli ambienti vicini. È il motivo tecnico per cui la bonifica viene prima della barriera e non dopo: chiudere l’accesso senza togliere i nidi sposta il problema di un piano.

Sul comportamento chimico del guano ci appoggiamo a una fonte conservativa (Hutton, Watt & Brown, Bird and Bat Guano and its Effect on Conservation and Maintenance), che indica il pH 3–4,5, l’attacco ai leganti e la corrosione di rame e bronzo, e individua nell’intasamento dei drenaggi il danno fisico principale. Sugli ectoparassiti ci appoggiamo allo studio dell’Istituto Superiore di Sanità su Argas reflexus. Nessuna delle due fonti dà velocità di degrado o percentuali, e infatti non ne trovate in questa pagina.

Dove sta scritto

Cosa dice la legge prima che tu tocchi un campanile

Le norme che contano qui sono di due famiglie diverse, e questo è il punto che distingue una chiesa da un capannone: da una parte il Codice dei beni culturali, che regola che cosa si può fare al bene; dall’altra le norme sulla fauna, che regolano che cosa si può fare a chi ci vive dentro. Servono entrambe, e la seconda famiglia decide quando si lavora, non solo come.

RiferimentoChe cosa dice, alla letteraChe cosa significa in cantiereLink
D.Lgs. 42/2004Articolo 12, comma 1 — la tutela che c’è già«Le cose indicate all’articolo 10, comma 1, che siano opera di autore non più vivente e la cui esecuzione risalga ad oltre settanta anni, sono sottoposte alle disposizioni della presente Parte fino a quando non sia stata effettuata la verifica di cui al comma 2»L’art. 10 c. 1 comprende i beni delle persone giuridiche private senza fine di lucro, compresi gli enti ecclesiastici civilmente riconosciuti.È la riga che sorprende di più i parroci e i consigli per gli affari economici: la chiesa non deve essere stata «dichiarata» per essere tutelata. Se ha più di settant’anni e l’autore non è più vivente, il regime si applica finché la verifica non dice il contrario. La prima domanda quindi non è «siamo vincolati?» ma «la verifica è mai stata fatta, e con che esito?».fonte
D.Lgs. 42/2004Articolo 20, comma 1 — divieto generale«I beni culturali non possono essere distrutti, deteriorati, danneggiati o adibiti ad usi non compatibili con il loro carattere storico o artistico oppure tali da recare pregiudizio alla loro conservazione»Vale nelle due direzioni: contro il degrado, e contro l’intervento che lo contrasta male.Rende il guano accumulato un problema di conservazione e non di decoro. Ma vincola anche il rimedio: un dissuasore che segna la pietra o una pulizia che dilava l’intonaco ricadono nella stessa norma.fonte
D.Lgs. 42/2004Articolo 21, comma 4 — autorizzazione«Fuori dei casi di cui ai commi precedenti, l’esecuzione di opere e lavori di qualunque genere su beni culturali è subordinata ad autorizzazione del soprintendente»«Di qualunque genere»: non esiste una soglia di minima entità.Vale per la rete sulla cella campanaria come per venti metri di filo teso sul cornicione. Non conta che il sistema sia removibile, non conta che non tocchi la materia storica: è comunque un’opera sul bene.fonte
D.Lgs. 42/2004Articolo 21, comma 5 — prescrizioni«L’autorizzazione è resa su progetto o, qualora sufficiente, su descrizione tecnica dell’intervento, presentati dal richiedente, e può contenere prescrizioni»Il soprintendente può adottare o modificare prescrizioni entro cinque anni dall’inizio dei lavori.Le prescrizioni sono il vero capitolato, e arrivano dopo: è per questo che non esistono dissuasori «approvati dalla Soprintendenza». Si autorizza un intervento su quel bene, non un prodotto.fonte
D.Lgs. 42/2004Articolo 22, comma 1 — tempiTermine ordinario di 120 giorni per il rilascio dell’autorizzazione (sintesi della norma, non citazione letterale)Il termine si sospende quando la Soprintendenza chiede chiarimenti o integrazioni.Va messo a calendario prima del ponteggio e prima della stagione. Su una parrocchia questo significa che l’intervento si programma con un anno di anticipo, non fra una festa patronale e l’altra.fonte
D.Lgs. 42/2004Articolo 169, comma 1 lett. a) — sanzione«chiunque senza autorizzazione demolisce, rimuove, modifica, restaura ovvero esegue opere di qualunque genere sui beni culturali indicati nell’articolo 10»Arresto da sei mesi a un anno e ammenda da 775 a 38.734,50 euro.Non è un’irregolarità amministrativa sanabile a posteriori: è una fattispecie penale, e riguarda anche l’impresa che esegue materialmente i lavori.fonte
D.P.R. 357/1997Articolo 8, comma 1 lett. d) — specie protette in modo rigoroso«danneggiare o distruggere i siti di riproduzione o le aree di sosta»Il divieto vale per le specie animali dell’allegato D, che riprende l’allegato IV della direttiva Habitat.È la norma che rende la chiusura di una cella campanaria una decisione da prendere dopo aver guardato dentro. Se l’apertura è il rifugio di una colonia di chirotteri, chiuderla non è una scelta tecnica discutibile: è un atto vietato.fonte
L. 157/1992Articolo 21, comma 1, lett. o) — nidi e uova«prendere e detenere uova, nidi e piccoli nati di mammiferi e uccelli appartenenti alla fauna selvatica»Il divieto non distingue fra specie «simpatiche» e colombo di città.Toglie di mezzo la scorciatoia del «butto giù i nidi e poi chiudo». Sulle sanzioni non ci sbilanciamo: l’art. 30 elenca le ipotesi penali e nessuna lettera nomina espressamente uova e nidi. Il divieto però c’è, ed è scritto qui.fonte
Direttiva 2009/147/CEArticolo 5, lett. b) — direttiva Uccelli«distruggere o di danneggiare deliberatamente i nidi e le uova e di asportare i nidi»L’art. 1 §2 precisa che la direttiva si applica «agli uccelli, alle uova, ai nidi e agli habitat».È la cornice europea della riga precedente, e serve quando il nido nel sottotetto non è di un colombo ma di un rondone o di un balestruccio. La lett. c) aggiunge un dettaglio che quasi nessuno scrive: il divieto di raccolta vale anche per l’uovo vuoto.fonte

Quattro cose da non dire, nemmeno per sintesi. Che un sistema «è approvato dalla Soprintendenza»: si autorizza l’intervento su quel bene, non il prodotto. Che l’impresa «ottiene l’autorizzazione»: l’istanza la presenta il soggetto legittimato e il progetto lo firma un tecnico abilitato, mentre chi installa prepara la documentazione tecnica a supporto. Che vincolo paesaggistico e vincolo monumentale siano la stessa cosa: sono due regimi distinti del Codice. E che «chiesa antica» equivalga automaticamente a «bene dichiarato»: l’art. 12 crea un regime provvisorio in attesa della verifica, che è una cosa diversa da una dichiarazione di interesse culturale già adottata. Il modo corretto di cominciare è sempre lo stesso: chiedere alla Soprintendenza competente qual è lo stato del bene.

La verifica che viene prima

Prima di chiudere una cella campanaria: chi altro ci abita

È il passaggio che manca quasi sempre nei preventivi, e non è una raffinatezza naturalistica: è la differenza fra un lavoro regolare e un atto vietato. In Italia i campanili e i sottotetti delle chiese sono fra i ricoveri più usati da rondoni, balestrucci e pipistrelli, e tutte e tre le categorie sono protette. Una rete montata nel mese sbagliato non allontana soltanto i colombi: chiude fuori — o chiude dentro — una colonia che per legge non si può toccare.

Balestruccio aggrappato al proprio nido di fango costruito sotto lo spigolo di un cornicione
Il nido di fango del balestruccio, addossato sotto un cornicione. A differenza di quello del colombo non si vede da lontano e non lascia colature: chi guarda la facciata da terra cercando «i piccioni» passa sopra questo dettaglio senza registrarlo, e poi si trova il nido dentro la fascia di rete.
Rondine posata su una trave di legno sotto un portico, con i tetti del paese sullo sfondo
Sotto i portici e nelle logge il posatoio è lo stesso per tutti: una trave, un’architrave, un cavo. Distinguere chi lo usa — e in che mesi — è il primo dato che serve, e non si ricava da una fotografia scattata da terra a novembre.

I tre inquilini da cercare, e la finestra in cui non si chiude

  • Chirotteri (pipistrelli): tutte le specie italiane sono protette. Le linee guida del Ministero dell’Ambiente e di ISPRA dedicate alla conservazione dei chirotteri nelle costruzioni antropiche indicano esplicitamente che i sottotetti delle chiese sono un esempio di grandi volumi spesso sfruttati da colonie riproduttive. Sul piano normativo l’art. 8 comma 1 lett. d) del D.P.R. 357/1997 vieta di «danneggiare o distruggere i siti di riproduzione o le aree di sosta». Le colonie riproduttive si formano indicativamente da fine aprile e si disperdono a partire da agosto.
  • Rondone comune: protetto come tutte le specie di uccelli dalla L. 157/1992. Nidifica in cornicioni, grondaie, tegole, intercapedini dei fabbricati e buche pontaie — cioè esattamente i punti che si vorrebbero chiudere — ed è presente sugli edifici indicativamente fra marzo e luglio, prima di ripartire per l’Africa. La documentazione tecnica dei Comuni che se ne occupano è netta su un punto: non si abbattono i nidi in essere o in costruzione.
  • Balestrucci e rondini: stesso regime, nido diverso. Il balestruccio costruisce nidi di fango sotto gli aggetti, la rondine nidifica in ambienti aperti come logge e portici. Nessuno dei due lascia il segno vistoso del colombo, e per questo vengono scoperti a lavoro iniziato.
  • Come si verifica, in concreto. Un’ispezione ravvicinata delle aperture — non da terra — alla ricerca di nidi di fango, di guano di chirottero (asciutto, friabile, che si sbriciola, diverso da quello degli uccelli) e di resti di insetti sotto i punti di appoggio. Dove il dubbio resta, si fa una sessione di osservazione all’imbrunire, che è il momento in cui i pipistrelli escono e in cui i rondoni rientrano.
  • Che cosa cambia se c’è una colonia. Non che il lavoro non si faccia: che si fa in un altro modo. Si sposta la chiusura fuori dalla stagione riproduttiva, si lasciano varchi dedicati che restano aperti per la specie protetta e chiusi al colombo (le dimensioni non sono le stesse), e se il caso è delicato la cosa si mette per iscritto nella documentazione dell’istanza invece di gestirla a voce sul ponteggio.

La formula che usiamo in sopralluogo: la rete su un campanile non è soltanto una misura, è una data. Il progetto può essere perfetto e la posa impeccabile: se il mese è sbagliato, il lavoro è sbagliato.

Una precisazione che va fatta, per non dire più di quel che si sa: non tutti i campanili ospitano colonie, e in molti sottotetti non c’è nulla oltre ai colombi. Il punto non è che ci sia sempre qualcosa: è che non lo si può sapere senza salire a guardare, e che l’unico momento utile per guardare è prima di installare. Fonti: ISPRA e Ministero dell’Ambiente, Linee guida per la conservazione dei Chirotteri nelle costruzioni antropiche (Quaderni di Conservazione della Natura n. 28) e Comune di Rimini, Il Rondone comune — Apus apus. Buone pratiche per la sua conservazione.

Il criterio

Su una chiesa non si sceglie un sistema: si sceglie una quota alla volta

È il modo in cui guardiamo un edificio di culto in sopralluogo, e serve a evitare l’errore più comune: comprare un prodotto e distribuirlo su tutto il fabbricato. Una chiesa non è una superficie omogenea, sono tre regimi diversi impilati uno sopra l’altro, e la stessa risposta tecnica che è giusta a venti metri è sbagliata a tre.

QuotaChe cos’èChe cosa si può fareIl vincolo che decide
Dentrocella campanaria, sottotetto, feritoie di aerazione, oculi, buche pontaieL’unica parte della chiesa che sia davvero un volume: uno spazio delimitato in cui i colombi entrano e nidificano, e che si può precludere con un telaio indipendente senza toccare la materia storica.Si chiude. È l’unica quota in cui l’esclusione fisica ha senso, e quindi l’unica in cui il risultato non dipende dall’abitudine dell’animale né da una manutenzione frequente. È anche la quota che, da terra, nessuno chiede di sistemare.La verifica su chirotteri e rondoni viene prima di tutto. Poi i vincoli d’uso: la rete non deve interferire con l’oscillazione delle campane, con i ceppi e con i motori di comando, non deve chiudere l’accesso di chi fa manutenzione, e va tesa in modo da non alterare la propagazione del suono.
In mezzocornicioni, marcapiani, sottogronda, contrafforti, coperture, coronamentiSuperfici a cielo aperto: non c’è niente da chiudere, perché non c’è nessun vano. Ci sono soltanto piani orizzontali che offrono un appoggio, ripetuti per decine di metri lineari.Si toglie l’appoggio. Filo teso, dissuasori a bassa visibilità, aghi in acciaio dove il fronte non è in vista. Il criterio di scelta non è l’efficacia dichiarata: è quanti fissaggi servono, dove vanno e in che materiale.È la quota che assorbe più budget, perché si misura a metri lineari. Ed è quella in cui conviene di più ragionare per lotti: una cornice su un fronte cieco può aspettare, quella sopra l’ingresso no.
Vicino all’occhiofacciata, rosone, statue, capitelli, portale, guglie, edicoleLe superfici che il fedele o il visitatore guarda da due o tre metri, e che sono il motivo per cui la chiesa è quella chiesa. Qui il valore del bene e la visibilità del rimedio coincidono nello stesso punto.Si decide caso per caso, e a volte non si fa nulla. A questa distanza nessun sistema è invisibile: la domanda cambia da «quale dissuasore» a «questo punto vale un dissuasore?». Molto spesso la risposta corretta è togliere l’appoggio più in alto, così che questo smetta di essere il secondo posatoio.È anche la quota su cui la Soprintendenza guarda con più attenzione l’impatto visivo, ed è quella in cui una soluzione «efficace» ma vistosa produce una prescrizione contraria. Sulle superfici scultoree la bonifica va coordinata con chi ha competenze di restauro.

L’ordine conta quanto la scelta. Si comincia da dentro anche quando è la parte che nessuno vede, perché finché il volume resta aperto ogni metro di dissuasore in facciata sta trattando un effetto e non una causa. Il contrario — partire dalla facciata perché è l’unica cosa che si nota — è il modo più comune di spendere due volte.

Diagnosi

7 segnali che si vedono da terra, e cosa vuol dire ciascuno

Serve a chi ha la chiave della chiesa e non un cestello: sono indizi leggibili dal sagrato o dal campanile senza attrezzatura, e ognuno indica una cosa diversa. Metterli in fila prima di chiamare qualcuno cambia il sopralluogo, perché permette di dire dove salire invece di far cercare.

  • Colate bianche verticali che partono da una cornice. Non è passaggio: è stazionamento abituale. Un colombo di passaggio non lascia una traccia continua sulla stessa verticale; una traccia continua vuol dire che quel punto viene usato ogni notte.
  • Una colata che parte da una feritoia o da un oculo, non da un piano. Cambia tutto: significa che il materiale esce da un varco, quindi dentro c’è un nido e non un posatoio. È il segnale che sposta la priorità dalla facciata al volume.
  • Piume e paglia nel canale di gronda, o un pluviale che gorgoglia. Nidificazione sotto i coppi, quasi sempre in corrispondenza di un filare sollevato. Si vede meglio dopo un temporale, guardando quale pluviale scarica in ritardo o non scarica affatto.
  • Il guano sul sagrato concentrato in un punto solo. Un unico posatoio, esattamente sopra. Non è un’infestazione diffusa, è un dettaglio geometrico ripetuto: e in questi casi bastano pochi metri lineari trattati per far sparire il problema visibile.
  • Entrate e uscite dallo stesso punto all’alba e all’imbrunire. Sono i due momenti in cui il varco si rivela. Dieci minuti di osservazione a quelle ore valgono più di un giro completo dell’edificio a mezzogiorno.
  • Rumore di ali dal sottotetto durante le funzioni. Volume occupato, e occupato stabilmente. Se il rumore c’è anche d’inverno sono colombi; se compare solo in primavera ed è più leggero, prima di chiudere qualsiasi cosa va verificato che non siano rondoni.
  • Escrementi che si sbriciolano e resti di insetti sotto una trave. Non è un uccello. Il guano dei chirotteri è asciutto e friabile e sotto i posatoi restano frammenti di elitre: è il segnale che impone di fermarsi e far guardare la situazione da chi sa distinguerla, prima di ordinare una rete.
Piano di un cornicione con accumulo di guano secco e piume sparse, segno di stazionamento ripetuto
Guano compattato e piume sul piano di un cornicione: è la firma dello stazionamento notturno ripetuto. Un punto così non si risolve pulendo, perché il giorno dopo l’appoggio è ancora lì.
Nicchia in muratura di pietra con dentro un nido di rametti e guano stratificato, affacciata sui tetti del paese
Quello che c’è dietro un varco che dal basso sembra una fessura: un nido consolidato e materiale accumulato per stagioni. Questa è la situazione in cui la bonifica non è una pulizia ma la prima lavorazione del cantiere.

Il rilievo dei punti, quota per quota

Sopralluogo sull’edificio, anche in quota: mappa dei varchi e dei posatoi divisa fra volumi da chiudere, superfici da trattare e punti in vista; verifica della presenza di specie protette nelle aperture; metri lineari e volumi per tipologia; relazione fotografica. È il materiale tecnico che serve a chi firma il progetto e a chi presenta l’istanza.

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Da non fare

4 cose che su una chiesa costano molto più che altrove

Sono le quattro decisioni prese in buona fede che vediamo più spesso, e che hanno in comune una cosa: sembrano tutte far risparmiare tempo. Ognuna, in realtà, apre un problema più grande di quello che chiude.

Chiudere la cella campanaria «visto che siamo su»

È la scorciatoia più costosa. Se dentro c’è una colonia di chirotteri, la rete la chiude fuori o la mura dentro, e l’art. 8 del D.P.R. 357/1997 vieta di «danneggiare o distruggere i siti di riproduzione o le aree di sosta». Se ci sono rondoni, siamo nella finestra marzo–luglio e i nidi in essere non si toccano. La verifica costa mezz’ora del sopralluogo che si sta già facendo.

Lavare il guano con l’idropulitrice

Su pietra, laterizio e intonaci storici la pressione non toglie soltanto il guano: dilava la superficie, apre le porosità e spinge materiale organico dentro il supporto e nelle connessure. Su un bene tutelato la rimozione è una lavorazione conservativa con una procedura — umidificazione preventiva, raccolta, protezione degli operatori — non una pulizia straordinaria fatta in fretta prima della festa patronale.

Togliere il nido con le uova perché «tanto è un piccione»

La L. 157/1992 all’art. 21 comma 1 lett. o) vieta di «prendere e detenere uova, nidi e piccoli nati di mammiferi e uccelli appartenenti alla fauna selvatica», e non fa distinzioni di specie. C’è anche un motivo tecnico: la covata successiva parte prima che la precedente abbia lasciato il nido, quindi togliere le uova non interrompe niente. Interrompe il ciclo la chiusura del volume, fatta nel periodo giusto.

Installare senza autorizzazione perché «è solo un filo»

L’art. 21 comma 4 parla di opere «di qualunque genere», e l’art. 169 prevede l’arresto da sei mesi a un anno e l’ammenda da 775 a 38.734,50 euro. Vale anche per l’impresa che esegue. E c’è un secondo effetto, meno drammatico ma più frequente: un’installazione non autorizzata va rimossa, e la rimozione su un bene tutelato è a sua volta un intervento da autorizzare.

Getto di idropulitrice ad alta pressione diretto contro una superficie in pietra storica, con acqua che rimbalza sul paramento
L’idropulitrice a piena pressione su pietra storica: quello che si vede è il guano che va via, quello che non si vede è il materiale che entra nelle connessure e la superficie che perde coesione. Su un bene tutelato è anche un’operazione che ricade nell’art. 20.
Operatore che spazza guano secco con una scopa, sollevando polvere attorno a sé
L’altra metà dello stesso errore: la scopa sul guano secco. Il materiale non sparisce, si solleva — ed è il motivo per cui la rimozione comincia sempre umidificando, mai spazzando.
Nell’ordine giusto

7 passaggi, e i primi due non si vedono dal sagrato

È la sequenza che proponiamo a una parrocchia, a una diocesi o all’ente che ha in gestione l’edificio. La differenza rispetto a un condominio sta tutta all’inizio e in mezzo: prima di salire bisogna sapere qual è lo stato del bene, e fra il rilievo e il cantiere c’è un procedimento con un termine di legge che non si comprime.

  • Verificare qual è lo stato del bene. Esiste una dichiarazione di interesse culturale? La verifica dell’art. 12 è mai stata fatta, e con che esito? Se l’edificio ha più di settant’anni, appartiene a un ente ecclesiastico civilmente riconosciuto e la verifica non c’è stata, si lavora comunque nel regime della Parte II del Codice. L’interlocutore è la Soprintendenza territorialmente competente, e la domanda si fa prima di far preparare un preventivo.
  • Salire e guardare dentro, non solo davanti. Cella campanaria, sottotetto, sottogronda, feritoie: sono i punti che decidono l’intervento e sono anche quelli che un rilievo da terra non trova. Nello stesso giro si fa la verifica sulle specie protette, perché le due cose si guardano negli stessi posti e sarebbe assurdo salire due volte.
  • Dividere i punti per quota, non per gravità apparente. Volumi da chiudere, superfici da trattare, punti in vista. È questa divisione — non i metri quadri di guano — a determinare quante lavorazioni diverse servono e in che ordine si mettono a preventivo.
  • Impostare l’istanza e mettere a calendario i 120 giorni. L’istanza la presenta il soggetto legittimato, il progetto o la descrizione tecnica li firma un tecnico abilitato, e chi installa fornisce la parte tecnica a supporto. Il termine dell’art. 22 è ordinariamente di 120 giorni e si sospende in caso di integrazioni: è la voce che sposta un lavoro di un anno se ci si accorge tardi che serviva.
  • Scegliere il sistema dopo aver letto le prescrizioni. L’autorizzazione può contenerne, e quelle prescrizioni sono il capitolato vero. Un progetto costruito attorno a un prodotto va rifatto quando arrivano; un progetto costruito attorno ai criteri — reversibilità, numero di fissaggi, compatibilità dei materiali, impatto visivo — si adatta.
  • Bonificare prima di installare, e nel periodo consentito. Nidi e materiale accumulato si rimuovono con umidificazione preventiva, protezione degli operatori e gestione del materiale; sulle superfici scultoree in coordinamento con chi si occupa di conservazione. E si fa fuori dalla stagione riproduttiva: installare sopra il pregresso è il modo più rapido per rifare tutto fra due anni, farlo nel mese sbagliato è il modo più rapido per fermare il cantiere.
  • Lasciare per iscritto che cosa resta sul bene. Verbale fotografico punto per punto, descrizione dei fissaggi e dei materiali, calendario dei controlli, il tutto archiviato insieme alla documentazione dell’autorizzazione. Su un edificio che cambia parroco e amministrazione è anche l’unico modo perché, fra dieci anni, qualcuno sappia dove sono i punti di appoggio senza doverli cercare.

Se di questa lista doveste difendere un solo passaggio davanti a chi vuole accorciare i tempi, difendete il secondo. Tutto quello che si decide senza essere saliti è una scommessa sul punto sbagliato, e su una chiesa il costo dell’accesso in quota è lo stesso che si sbagli o no.

Guarda cosa si installa, e dove

Due quote diverse, due lavorazioni che non si somigliano

La quota vicino all’occhio

Come si presenta un dissuasore su una cornice che la gente guarda da tre metri

Sono aghi sottili in acciaio inox montati su una base trasparente: da vicino si vedono, da qualche metro molto meno. Su una facciata di chiesa è questo il metro di giudizio che conta — non quanto è efficace il sistema, ma quanto cambia la lettura del prospetto per chi lo guarda dal sagrato.

La scheda di BirdTikol
In un centro storico

Un intervento su un edificio storico, dal ponteggio

Si vede la parte che nelle fotografie non c’è mai: l’accesso in quota, le superfici come si presentano da vicino e il lavoro sulle cornici. È utile qui perché una chiesa parrocchiale in un centro storico ha esattamente questi problemi di cantiere — spazio stretto, edificio in uso, tutto quello che serve va portato su.

Piccioni e beni culturali
Lavori documentati

Tre beni tutelati, una quota diversa per ciascuno

Non sono chiese, sono tre monumenti su cui abbiamo lavorato: li mettiamo qui perché ognuno corrisponde a una delle tre quote di cui parla questa pagina, e messi in fila si capisce meglio che cosa cambia fra chiudere un vano, trattare una cornice lunga e intervenire su una superficie in vista.

Grande arco in muratura chiuso da una rete anti-volatili a maglia fine, vista dall’interno verso il piazzale alberatoCaso studio

Porta Asinaria, Mura Aureliane

È il caso che assomiglia di più a una cella campanaria: un vano in muratura da precludere senza toccarlo. Era già stato installato circa un chilometro di dissuasori ad aghi e i colombi erano rimasti; sono stati messi in opera cinque impianti a campo elettromagnetico e alcune reti su circa 800 metri di cortina.

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Vicolo di un centro storico pugliese con edifici in pietra chiara, cornici modanate e balconciniCaso studio

Minervino di Lecce

Un centro storico in pietra leccese, con le stesse cornici modanate di una facciata di chiesa e nessuna possibilità di forare. La lavorazione è quella della quota intermedia: togliere l’appoggio su superfici lunghe e in vista, senza alterare il prospetto.

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Capitello e cornice di un monumento antico in travertino ripresi da vicino, con un filo teso davanti alla modanaturaCaso studio

Teatro di Marcello, Roma

Capitelli, cornici e semicolonne: la quota vicino all’occhio, dove la geometria della modanatura offre decine di appoggi ravvicinati e qualsiasi sistema si vede. È il caso che mostra meglio perché su queste superfici si ragiona punto per punto e non a metri lineari.

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Che cosa si installa

6 sistemi, e la quota a cui ciascuno appartiene

Su un bene tutelato la domanda «qual è il più efficace» è mal posta, perché ogni sistema è efficace nel posto per cui è fatto. La domanda giusta è se regge quattro criteri insieme: si toglie senza lasciare traccia, quanti fissaggi richiede e dove, i materiali sono compatibili con il supporto, e quanto si vede dal punto in cui la gente guarda l’edificio.

Arco in muratura chiuso da una rete anti-volatili a maglia fine, vista dall’interno verso il piazzale1

Reti anti-volatili

Dove ha senso: la quota «dentro»: cella campanaria, sottotetto, logge, arcate, vani di servizio — ovunque esista un volume da precludere con un telaio indipendente.

È l’unica lavorazione che toglie il sito di nidificazione invece di renderlo scomodo, e quindi l’unica il cui effetto non dipende dall’abitudine dell’animale. Il limite onesto: si vede, richiede una struttura di supporto, e su un campanile va progettata attorno alle campane, ai ceppi e all’accesso di chi fa manutenzione.

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Dissuasore in acciaio inox a fili sottili montato su una base trasparente lungo un bordo2

BirdTikol e TikolPannel

Dove ha senso: la quota vicino all’occhio: cornici in vista, capitelli, davanzali, coronamenti del prospetto principale.

Acciaio inox su base trasparente: a distanza di lettura del prospetto incide molto meno di uno spuntone tradizionale, e questo su una facciata è il criterio che pesa. Il limite onesto: da vicino si vede comunque, la posa è lenta e ogni metro va fissato — quindi la domanda «quanti punti» resta la prima da porsi.

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Filo teso su piccoli supporti lungo il coronamento di una struttura in muratura storica3

FlyAway

Dove ha senso: la quota intermedia: cornicioni lunghi, marcapiani, coprimuro, coronamenti dove conta non alterare la lettura del prospetto.

Lavora senza punte e da qualche metro non si legge: su un fronte storico è la differenza fra un intervento che si nota e uno che non si nota. Il limite onesto: pochi punti di appoggio ma pur sempre punti, va teso bene e ricontrollato nel tempo, e non chiude nessun vano.

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Coppette trasparenti di dissuasore visivo e olfattivo appoggiate su una superficie durante l’installazione4

BirdFire

Dove ha senso: superfici continue, intradossi, piani inclinati e ogni punto in cui qualunque foratura sarebbe esclusa in partenza.

Si appoggia e si rimuove: è l’opzione che regge meglio il criterio di reversibilità, quello che su un bene tutelato conta più dell’efficacia dichiarata. Il limite onesto: non è una barriera fisica, non chiude nessuna cavità e va ricontrollato nel tempo.

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Fila di dissuasori ad aghi in acciaio montati sul bordo di un piano orizzontale5

Dissuasori ad aghi

Dove ha senso: fronti secondari, sottogronda, superfici tecniche e ogni tratto che non sta nel campo visivo di chi guarda l’edificio.

È il sistema più economico a metro lineare e resta valido dove l’estetica non è il vincolo principale. Il limite onesto: si vede molto, si riempie di detriti e materiale di nido se non lo si controlla, e su un fronte monumentale è il primo candidato a una prescrizione contraria.

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Chiostro a due ordini di arcate su colonnine, con colombi posati sui cornicioni e nel cortile6

Falconeria

Dove ha senso: piazze, sagrati, chiostri e cortili: gli spazi aperti attorno all’edificio, dove non c’è una superficie da attrezzare.

Non installa nulla sul bene, e su un contesto tutelato questo è un vantaggio reale. Il limite onesto: agisce sull’area, non sul singolo posatoio, richiede sessioni ripetute nel tempo e non sostituisce la chiusura di un volume — si affianca, non si alterna.

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Su una chiesa quasi mai se ne usa uno solo, e non è una tecnica di vendita: è la conseguenza delle tre quote. Un solo sistema applicato a tutto l’edificio vuol dire che due quote su tre stanno ricevendo la risposta sbagliata — o troppo invasiva in facciata, o troppo debole nel volume.

Come lavoriamo su un edificio di culto

4 fasi, e la prima si fa in quota

Sulla parte tecnica una chiesa non è diversa da un altro edificio: cambia il modo di fissare e cambia la scelta dei materiali. Quello che cambia davvero è che il rilievo deve arrivare dentro i volumi, che in mezzo c’è un procedimento autorizzativo con un termine di legge, e che il calendario dei lavori dipende anche da chi altro abita l’edificio.

Fase 1

Sopralluogo in quota, dentro i volumi

Si sale in cella campanaria e nel sottotetto, perché è lì che si decide l’intervento. Ogni varco viene registrato con la sua dimensione, ogni posatoio con che cosa ha sotto. Nello stesso giro si verifica la presenza di specie protette: nidi di fango, guano di chirottero, resti di insetti sotto i punti di appoggio.

Fase 2

Documentazione tecnica a supporto dell’istanza

Non presentiamo noi la domanda: l’istanza la porta il soggetto legittimato e il progetto lo firma un tecnico abilitato. Quello che forniamo è la parte tecnica — posizione dei punti, tipo e numero di fissaggi, materiali, modalità di rimozione, impatto visivo, e le eventuali cautele di periodo — scritta perché il soprintendente abbia gli elementi per valutare. È la fase in cui si consumano i 120 giorni dell’art. 22.

Fase 3

Bonifica come lavorazione, poi chiusura dei volumi e trattamento delle superfici

Umidificazione preventiva, rimozione e raccolta del materiale, protezione degli operatori e degli ambienti sottostanti; sulle superfici scultoree in coordinamento con chi si occupa di conservazione. Poi si chiude quello che si può chiudere, e solo dopo si trattano le superfici: nell’ordine inverso il lavoro non tiene.

Fase 4

Documentazione di quello che resta sull’edificio

Alla consegna resta il verbale con le fotografie punto per punto, la descrizione di che cosa è stato installato e con quale sistema di fissaggio, e il calendario dei controlli. Su un edificio che cambia parroco e consiglio, è anche l’unico modo perché fra dieci anni si sappia dove sono i punti di appoggio senza doverli cercare.

Come si presenta il cantiere

Le due lavorazioni che nessuno vede da terra

Sono due fotografie di lavoro. La prima è la parte che sul preventivo occupa una riga e in cantiere occupa giorni; la seconda è quella che decide se dopo tre anni il sistema sta ancora facendo il suo mestiere. Nessuna delle due si vede dal sagrato, ed è il motivo per cui su queste voci i preventivi si somigliano molto più dei lavori.

Operatore con tuta e protezioni delle vie respiratorie durante la rimozione del guano in un sottotetto
La bonifica di un sottotetto: tuta, protezione delle vie respiratorie, materiale raccolto e non spazzato. Non è una pulizia straordinaria — è la lavorazione che deve precedere la chiusura, perché chiudere sopra i nidi lascia dentro tutto quello che c’era.
Mano guantata che controlla la tensione di un filo dissuasore montato sul coprimuro di un parapetto
Il controllo della tensione di un filo su un coprimuro. È il gesto che distingue un impianto che funziona da uno che «c’è»: un filo allentato smette di togliere l’appoggio e diventa esso stesso un posatoio.
Recensioni verificate

Cosa dicono i clienti Birdstop

Recensioni verificate su Trustpilot, una piattaforma che non controlliamo noi.

Linda Abenaim, biologa ed entomologa Ekonore
Il punto di vista tecnico

Linda Abenaim, biologa ed entomologa

L’area scientifica Ekonore insiste su una distinzione che su un edificio di culto cambia tutto il progetto: un posatoio e un sito di nidificazione non sono la stessa cosa e non si trattano allo stesso modo. Il posatoio è un piano orizzontale riparato dall’alto, e la sua occupazione è un’abitudine che si può interrompere togliendo l’appoggio. Il sito di nidificazione è un volume: quello lega gli animali al luogo in modo molto più stabile, e finché resta disponibile la pressione sulle superfici circostanti si ricostituisce. È il motivo per cui, su una chiesa, il campanile pesa più della facciata anche quando la facciata è l’unica cosa che si vede sporca.

Il secondo punto riguarda gli altri occupanti. Sottotetti e celle campanarie sono, in ambiente urbano, fra i pochi ambienti che offrono ancora volumi bui e stabili, e questo li rende ricoveri importanti per specie che altrove non trovano più spazio: chirotteri, rondoni, balestrucci. Prima di precludere un volume va accertato chi lo usa e in quale periodo, perché una chiusura fatta nella stagione sbagliata produce un danno su specie protette e non un beneficio sul bene. Va inoltre considerato che la rimozione dei nidi e il trattamento degli ectoparassiti vanno programmati insieme alla chiusura: privati dell’ospite, gli ectoparassiti restano nell’ambiente e ne cercano un altro, e negli edifici di culto i volumi interessati si affacciano spesso su ambienti frequentati.

Contenuto tecnico rivisto dall’area scientifica Ekonore.

I nostri clienti

Beni dello Stato, enti e grandi proprietà

Siti monumentali, amministrazioni e grandi proprietà: contesti in cui la parte tecnica è breve e la parte lunga è il percorso di atti che la rende possibile. I marchi sono quelli pubblicati sulla pagina dei partner.

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6 certificazioni con un numero verificabile

Sono le righe che un ufficio tecnico diocesano o un ente chiede per prime, e la UNI EN 16636 è quella pertinente: certifica chi eroga il servizio di gestione degli infestanti, non il materiale installato. La ISO 45001 pesa in modo particolare qui, perché su una chiesa si lavora in quota, dentro volumi confinati e con l’edificio che resta in uso.

UNI EN 16636Servizi di gestione e controllo delle infestazioni. Certifica l’organizzazione che eroga il servizio, base del marchio CEPA Certified.ALI 02122 - PM
ISO 9001Sistema di gestione qualità.Reg. N. 19806 - A
ISO 14001Sistema di gestione ambientale.Reg. N. 19806 - E
ISO 45001Salute e sicurezza sul lavoro.Reg. N. 19806 - I
UNI/PdR 125Parità di genere.Reg. N. 19806 - PG
EMASRegistrazione ambientale europea, verificata.IT-002249

Certificati rilasciati da Kiwa a Ekonore S.r.l. — Birdstop è la divisione allontanamento volatili di Ekonore.

Le domande che ci arrivano dalle parrocchie

Piccioni su chiese e campanili: domande e risposte

Serve l’autorizzazione della Soprintendenza per mettere una rete sul campanile della parrocchia?

Sì, se il bene è tutelato. L’articolo 21 comma 4 del Codice dei beni culturali stabilisce che «l’esecuzione di opere e lavori di qualunque genere su beni culturali è subordinata ad autorizzazione del soprintendente», e la formula «di qualunque genere» non lascia spazio a una soglia di minima entità. Non conta che la rete sia removibile e non conta che il telaio non tocchi la muratura originale: resta un’opera sul bene. La prima cosa da accertare, semmai, riguarda lo stato del bene stesso — ed è la domanda della risposta successiva.

La nostra chiesa non è «vincolata»: vale lo stesso?

Molto probabilmente sì, e questo è il punto che sorprende di più. L’articolo 12 comma 1 dice che le cose dell’articolo 10 comma 1 «che siano opera di autore non più vivente e la cui esecuzione risalga ad oltre settanta anni, sono sottoposte alle disposizioni della presente Parte fino a quando non sia stata effettuata la verifica». L’articolo 10 comma 1 comprende i beni delle persone giuridiche private senza fine di lucro, compresi gli enti ecclesiastici civilmente riconosciuti. In pratica: se la chiesa ha più di settant’anni e la verifica non è stata fatta, si lavora comunque nel regime di tutela. La domanda corretta da porre alla Soprintendenza non è «siamo vincolati?» ma «la verifica è stata effettuata, e con che esito?».

Si può chiudere la cella campanaria senza creare problemi alle campane?

Sì, ma è una parte del progetto, non un dettaglio della posa. La rete e il suo telaio vanno tenuti fuori dal volume di oscillazione delle campane e dei ceppi, non devono interferire con i motori e con i battagli, devono lasciare libero l’accesso a chi fa manutenzione e vanno tesi in modo da non ostacolare la propagazione del suono. Sono tutte informazioni che si prendono in sopralluogo, guardando le campane in movimento se possibile: chi quota una cella campanaria a metri quadrati, senza esserci entrato, sta quotando un’altra cosa.

Nel sottotetto ci sono pipistrelli. Possiamo mandarli via?

No, e nemmeno chiudere l’apertura da cui entrano finché li usano. Tutte le specie di chirotteri italiane sono protette: l’articolo 8 comma 1 lettera d) del D.P.R. 357/1997 vieta di «danneggiare o distruggere i siti di riproduzione o le aree di sosta» delle specie in protezione rigorosa. Le linee guida del Ministero dell’Ambiente e di ISPRA sul tema segnalano proprio i sottotetti delle chiese come volumi spesso usati da colonie riproduttive. Questo non blocca l’intervento sui colombi: lo riorganizza. Si sposta la chiusura fuori dal periodo in cui la colonia è presente, e dove serve si prevedono varchi dedicati — le dimensioni che servono a un chirottero non sono quelle che servono a un colombo.

In che periodo dell’anno si può lavorare?

La finestra ampia è l’autunno–inverno. I rondoni sono presenti sugli edifici indicativamente fra marzo e luglio, e i nidi in essere o in costruzione non si toccano; le colonie riproduttive di chirotteri si formano indicativamente da fine aprile e si disperdono a partire da agosto. Sommando le due cose, il periodo in cui si chiude un volume senza rischiare di trovarsi dentro qualcuno è quello fra la fine dell’estate e l’inizio della primavera. Che è anche il motivo per cui questa lavorazione va decisa con largo anticipo: fra i 120 giorni del procedimento e la stagione utile, chi comincia a ragionarci a maggio lavora l’anno dopo.

Quanto tempo serve per l’autorizzazione?

Il termine ordinario indicato dall’articolo 22 comma 1 è di 120 giorni, e si sospende quando la Soprintendenza chiede chiarimenti o integrazioni. Nessuna impresa può comprimerlo, perché non dipende da lei: quello che si può fare è anticiparlo e presentare una documentazione tecnica completa, che riduce le probabilità di una richiesta di integrazioni. Diffidate di chi promette «pratica evasa in poche settimane».

Chi presenta la domanda: la parrocchia o la ditta?

L’istanza la presenta il soggetto legittimato — la proprietà o chi ha titolo sull’immobile — e il progetto o la descrizione tecnica li firma un tecnico abilitato. La ditta che installa non può sostituirsi a nessuno dei due: fornisce la parte tecnica a supporto, e per un’istanza fatta bene serve davvero — posizione dei punti, tipo e numero di fissaggi, materiali, modalità di rimozione, impatto visivo, cautele di periodo. Chi promette di «ottenere l’autorizzazione» sta descrivendo male il proprio ruolo.

Meglio la rete sul campanile o i dissuasori sulla facciata?

Non sono alternative, sono due lavorazioni a due quote diverse. La rete toglie il volume, quindi elimina il sito di nidificazione: dove esiste una cella campanaria o un sottotetto da precludere è la scelta più stabile nel tempo, perché il suo effetto non dipende dall’abitudine dell’animale. Il dissuasore toglie l’appoggio e si applica dove un volume da chiudere non c’è: cornicioni, marcapiani, coronamenti. L’errore che si paga di più è mettere dissuasori in facciata lasciando aperto il campanile: si paga manutenzione a vita su un effetto, mentre la causa resta dov’è.

Partiamo dal campanile, non dalla facciata

Di quale edificio si tratta e se la verifica dell’interesse culturale è stata fatta, da dove entrano, da quanto dura, che cosa si vede dal sagrato. Con queste informazioni si capisce che cosa entra nel primo lotto, che cosa può aspettare, in che mesi si può lavorare e quanto tempo serve per la parte autorizzativa.

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Raccontateci com’è fatto l’edificio

Chiesa parrocchiale, santuario, complesso conventuale o campanile isolato; se la verifica dell’interesse culturale è stata effettuata; se il campanile e il sottotetto sono accessibili e da quando non ci sale nessuno; da dove entrano e che cosa si vede sulla facciata. Se allegate una fotografia del punto in cui si fermano e una del varco da cui li vedete entrare, si capisce già molto prima del sopralluogo.

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