Quello che vedete non è sporco: è produzione persa, e punti del pannello che si surriscaldano.

Su una copertura piana industriale il fotovoltaico non è un tetto: è un impianto in esercizio, con una resa attesa e un contratto di manutenzione. I volatili ci arrivano perché quelle file di moduli inclinati sulla guaina sono la cosa più simile a una falesia riparata che ci sia in zona industriale. Quello che lasciano non degrada l’estetica: cambia il comportamento elettrico dei moduli, e lo fa in un modo che il monitoraggio registra prima che qualcuno salga a guardare.

Punti caldi che danneggiano per sempreè quello che la relazione IEA-PVPS attribuisce allo sporco depositato a chiazze — ed è esattamente come cade il guano
Un punto caldo per ogni deiezioneè il risultato della termografia in uno studio del 2024: tanti punti caldi quante le deiezioni sul modulo
La guaina non si può forareè il vincolo che decide metà del progetto su un tetto piano, e che quasi nessun preventivo affronta
Copertura piana di un capannone industriale con lunghe file di moduli fotovoltaici e piccioni posati sul bordo superiore dei pannelli
Le file di moduli su una copertura piana viste da chi ci sale: strutture zavorrate appoggiate sulla guaina, corridoi in mezzo, bordi a filo. Per un piccione è una serie di posatoi ombreggiati e caldi, allineati per centinaia di metri.

Risposta rapida

Il guano sui moduli non è sporco diffuso come la polvere: è sporco opaco, aderente e distribuito a chiazze. La documentazione tecnica sullo sporco che si deposita sui moduli — in gergo soiling — dice che proprio la distribuzione non uniforme provoca una perdita sproporzionata rispetto a quanto si legge sulla corrente, e che può arrivare a generare punti caldi che danneggiano le celle in modo permanente. Su una copertura piana industriale il problema si aggrava per due motivi che il tetto di casa non ha: le file di moduli zavorrati creano centinaia di metri lineari di intercapedine riparata, e la protezione non si può ancorare forando la guaina. Si progetta sul perimetro e sulla zavorra, non con quattro viti.

Perché proprio lì

4 motivi per cui i volatili scelgono il tetto con i pannelli

Vale la pena dirlo subito, perché cambia il progetto: proteggere il fotovoltaico di un capannone non è proteggere quello di una villa in scala più grande. Sono due geometrie diverse, e la differenza sta tutta in che cosa c’è sotto e intorno ai moduli.

Nido di rametti secchi e piume appoggiato sulla guaina nell’intercapedine sotto una fila di moduli fotovoltaici1

Non è una nicchia: è un corridoio lungo tutta la fila

Su un tetto a falda l’intercapedine sotto i moduli è una tasca. Su una copertura piana le file zavorrate corrono dritte per decine di metri, sono aperte sui due lati e hanno sotto un volume continuo alto una ventina di centimetri. Non si tratta di chiudere un buco: si tratta di decidere che cosa fare di centinaia di metri lineari.

Tre gabbiani posati sul bordo superiore in alluminio di una fila di moduli fotovoltaici, con colature di guano sui pannelli sotto2

Sul piano non ci sono solo i piccioni

Una copertura piana ampia, senza predatori e con la visuale libera è anche quello che cerca un gabbiano reale. Cambia tutto: dimensioni, aggressività in periodo riproduttivo e soprattutto vincoli di legge, perché a nido occupato non si tocca niente. Se sul vostro impianto ci sono anche loro, la finestra per intervenire non è tutto l’anno — ne abbiamo scritto in gabbiani sui tetti industriali.

Moduli fotovoltaici su copertura piana industriale con la superficie del vetro sporca e macchiata3

Il bordo alto del modulo è un posatoio con la vista

I moduli su copertura piana sono inclinati di pochi gradi e il loro lato lungo più alto diventa una stanga continua, pulita, tiepida e a mezzo metro dal suolo. È il posatoio più comodo di tutto lo stabilimento, e il guano finisce per gravità sul vetro del modulo che sta dietro.

File parallele di moduli fotovoltaici su una copertura piana, viste in lunghezza sotto un cielo sereno4

Caldo d’inverno, ombra d’estate, acqua quando piove

La guaina accumula calore e lo restituisce di notte; sotto i moduli d’estate c’è l’unica ombra della copertura; nei punti di ristagno c’è da bere. Un manuale tecnico direbbe che ci sono insieme riparo, termoregolazione e acqua: sono le tre condizioni che trasformano un posto di passaggio in un posto dove si dorme.

I danni, in ordine di quanto costano

6 problemi che vi arrivano sul tavolo con un altro nome

È questo che rende il problema difficile da vedere in azienda: ognuna di queste voci arriva sul tavolo con un’altra etichetta. Una stringa che rende meno, un allarme, una vite piantata, un lavaggio fuori budget, una segnalazione del manutentore. Nessuno le somma, e finché nessuno le somma la causa comune resta invisibile.

Superficie di moduli fotovoltaici coperta da numerose macchie bianche di guano essiccato1

La produzione cala, e più di quanto sembri

Qui sta il punto tecnico che quasi nessuno spiega. Il guano non vela il vetro come la polvere: lo copre a chiazze, in modo opaco e in punti diversi da modulo a modulo. La relazione IEA-PVPS sullo sporco depositato sui moduli scrive che è proprio la distribuzione non uniforme a produrre una perdita sproporzionata — e che può arrivare a generare punti caldi che danneggiano le celle in modo permanente.

Materiale di nido accumulato attorno ai cavi e ai connettori sotto un modulo fotovoltaico2

Cavi, connettori e quello che ci va a vivere dentro

Il cablaggio in stringa corre sotto i moduli, ed è esattamente dove si costruisce il nido. Il materiale si impasta attorno ai connettori, trattiene umidità contro contatti che dovrebbero restare asciutti, e attira roditori che il cavo lo mordono davvero. Non è un guasto che si presenta come «danno da volatili»: si presenta come una stringa che va in allarme.

Morsetto di fissaggio di un modulo fotovoltaico incrostato di guano biancastro3

I fissaggi, che nessuno guarda mai

Il guano è acido e resta a contatto. Su morsetti, staffe e profili di alluminio produce una corrosione lenta che non si nota finché qualcuno non prova a smontare un modulo e trova la vite piantata. È anche il motivo per cui una copertura lasciata andare per anni costa di più da mettere a posto che da proteggere.

Canale di scarico ostruito da materiale di nido e piume sotto un impianto fotovoltaico4

Gli scarichi del tetto che si otturano

Nella foto è una gronda, ma su una copertura piana il punto critico ha un altro nome: il bocchettone. Piume, rametti e guano ci finiscono dentro, e una copertura piana che non scarica non fa una pozza: fa un carico che nessuno ha calcolato, sopra un capannone in esercizio.

Tecnico con imbracatura anticaduta e giubbino ad alta visibilità che percorre il corridoio fra due file di moduli fotovoltaici sporchi di guano5

Chi ci sale a fare manutenzione

Su un impianto in esercizio qualcuno sale: per il lavaggio, per le verifiche, per la termografia. Lo fa in quota, su una superficie che il guano rende scivolosa, accanto a parti in tensione. È una voce che entra nel documento di valutazione dei rischi, e ne abbiamo scritto a parte in guano e sicurezza sul lavoro.

Cordoli di gel repellente ormai secchi e crepati lungo il profilo in alluminio di un pannello fotovoltaico6

E i rimedi messi in fretta

Il gel steso sul profilo, gli aghi incollati sul telaio, le reti buttate sopra le file: durano una stagione, poi diventano un secondo problema da rimuovere — con il vincolo che qualsiasi cosa aggiunta sopra i moduli non deve ombreggiare, non deve trattenere acqua e non deve impedire la manutenzione.

Dove sta scritto

6 frasi prese dagli studi, tradotte e spiegate

Su questo argomento circolano molte percentuali senza fonte. Qui sotto ci sono i testi originali con capitolo e link: una relazione del programma fotovoltaico dell’Agenzia internazionale per l’energia e uno studio in termografia pubblicato su rivista. Citazioni alla lettera, traduzione fra parentesi, e le condizioni sperimentali dichiarate dove ci sono dei numeri.

FonteChe cosa dice, alla letteraChe cosa significa sul vostro impiantoLink
IEA-PVPS, Soiling Losses – Impact on the Performance of Photovoltaic Power Plants
Report T13-21:2022, Task 13, ISBN 978-3-907281-09-3 — par. 3.2.2
«non-uniform distribution can cause a disproportionate power loss relative to the change in short-circuit current, reduce the fill factor and even potentially lead to hotspots that permanently damage the PV cells»
«una distribuzione non uniforme può causare una perdita di potenza sproporzionata rispetto alla variazione della corrente di cortocircuito, ridurre il fill factor e perfino portare a punti caldi che danneggiano le celle in modo permanente»
È la riga che descrive il guano senza nominarlo: sporco opaco e a chiazze, non velo uniforme. Da qui viene tutto il resto: la perdita non è proporzionale alla superficie sporca, e il danno può restare anche dopo il lavaggio.fonte
IEA-PVPS T13-21:2022
stessa fonte, par. 3.1
«In particular, if soiling is not distributed uniformly, the short circuit current measurements might underestimate the actual impact of soiling on the PV power.»
«In particolare, se lo sporco non è distribuito uniformemente, le misure di corrente di cortocircuito possono sottostimare l’effettivo impatto dello sporco sulla potenza»
Serve a chi guarda i numeri: se la valutazione si ferma alla corrente, il danno reale è più grande di quello che si legge. È il motivo per cui «ma la stringa produce» non chiude la discussione.fonte
IEA-PVPS T13-21:2022
stessa fonte, par. 3.1
«a string of soiled cells is opened by the bypass diode, resulting in a power loss, but not in a change of the module’s short-circuit current»
«una fila di celle sporche viene esclusa dal diodo di bypass, con una perdita di potenza ma senza variazione della corrente di cortocircuito del modulo»
Il meccanismo, in una riga: il diodo spegne la porzione di modulo per proteggerla. Non si rompe niente e non suona nessun allarme: semplicemente quel pezzo di impianto smette di produrre.fonte
Fodah, Abdelwahab, Ali, Osman, Abuhussein, El-wahhab (2024)
Performance evaluation of solar photovoltaic panels under bird droppings accumulation using thermography, MRS Energy & Sustainability 11(1): 150–160
«the bird guano drops caused hot spots with higher temperatures on the surface of SPV modules. The number of hotspots was found to be equal to the number of bird guano drops on the SPV modules.»
«le deiezioni hanno prodotto punti caldi a temperatura più alta sulla superficie dei moduli. Il numero di punti caldi è risultato pari al numero di deiezioni presenti sul modulo»
Rilevato in termografia: un punto caldo per ogni deiezione. È il dato più utile da portare a un responsabile di impianto, perché collega una cosa che si vede a occhio a una che si vede solo con la termocamera.fonte
Fodah et al. (2024)
stessa fonte
«the presence of bird guano on the SPV modules created hot spots on the panels’ surface, which increased their working temperature by 5% as compared to the clean module.»
«la presenza di guano ha creato punti caldi che hanno aumentato del 5% la temperatura di lavoro rispetto al modulo pulito»
La temperatura di lavoro più alta non è solo resa persa oggi: è stress termico ripetuto su una porzione di modulo, ogni giorno di sole, per tutta la vita utile dell’impianto.fonte
Fodah et al. (2024)
stessa fonte — risultati sperimentali
«the output power and efficiency of SPV modules under the accumulation of bird guano were found to be lower by 26 and 43%, respectively, as compared to the clean module.»
«potenza in uscita ed efficienza dei moduli con accumulo di guano sono risultate inferiori del 26% e del 43% rispetto al modulo pulito»
È il numero che tutti citerebbero fuori contesto, quindi il contesto lo mettiamo noi: prova su un singolo modulo monocristallino, al Cairo, con quattro deiezioni da circa 50 cm² ciascuna, misure di una sola giornata. Dice che cosa succede a un modulo così sporcato, non quanto rende meno il vostro impianto.fonte

Una cosa che non trovate in questa pagina. Non trovate «il guano ti fa perdere il X% di produzione». Quel numero dipende da quante deiezioni ci sono, da dove cadono sul modulo, da come sono cablate le stringhe e da quanto piove: chi ve lo dà al telefono, senza aver visto né la copertura né i dati di monitoraggio, se lo sta inventando. Quello che si può dire con le fonti in mano è il meccanismo, e il meccanismo basta per decidere.

Da dove si vede

7 segnali, e i primi tre sono nei dati, non sul tetto

È il vantaggio di avere a che fare con un impianto invece che con una facciata: una parte del problema si vede dalla scrivania, prima che qualcuno salga. Vale la pena guardarli in quest’ordine, perché i primi costano solo il tempo di aprire il portale di monitoraggio.

  • Una stringa che si stacca dalle altre, sempre la stessa. Non un calo generale — quello è meteo o sporco diffuso. Una singola stringa che rende meno delle sorelle nelle stesse ore, giorno dopo giorno, indica che qualcosa di locale e permanente sta ombreggiando o escludendo una porzione.
  • Il calo non si recupera dopo la pioggia. La polvere la porta via l’acqua. Il guano essiccato no: si indurisce e resta attaccato al vetro. Se dopo due giorni di pioggia la curva non torna dov’era, non state guardando dello sporco atmosferico.
  • Il divario si allarga da una stagione all’altra invece di oscillare. Una colonia che si insedia produce un accumulo che cresce. Un andamento che peggiora in modo monotono è il profilo tipico di una causa biologica, non di una climatica.
  • Sui bordi alti dei moduli ci sono colature verticali. Si vedono dal corridoio senza attrezzatura: significa che quel bordo è un posatoio abituale e non un punto di passaggio.
  • Nel corridoio fra le file trovate rametti, paglia o piume. Da qui in avanti non state più parlando di sosta: sotto qualche modulo c’è un nido, e il tema diventa anche quando si può intervenire.
  • Il lavaggio dei moduli è passato da una volta l’anno a due, senza che nessuno l’abbia deciso. È il segnale economico: state già pagando il problema, solo sotto un’altra voce di budget.
  • Il manutentore ve l’ha detto, e nessuno l’ha messo a verbale. Chi sale lo vede per primo. Se la segnalazione resta orale non entra da nessuna parte — né nel piano di manutenzione, né nella valutazione dei rischi.

Se dovete guardarne uno solo, guardate il secondo: il calo che non si recupera dopo la pioggia. È il modo più economico che esiste per distinguere lo sporco che se ne va da solo da quello che qualcuno dovrà andare a togliere.

Mandateci una foto della copertura e un mese di dati

Servono tre cose per capire di che intervento si parla: che tipo di struttura tiene i moduli, quanti metri lineari di file ci sono e se il problema è sosta o nidificazione. Con una foto dall’alto e l’andamento delle stringhe si arriva già a metà strada.

0584 433 198Scrivici dal modulo
Da evitare

4 cose da non fare sul tetto, e che cosa succede se le fate

Le prime due riguardano l’edificio e le seconde due il calendario. Le mettiamo qui perché sono i punti su cui, quando arriviamo dopo qualcun altro, troviamo il danno già fatto.

Forare la guaina per fissare qualcosa

È l’errore che costa più di tutti, ed è quello che un installatore non specializzato fa per abitudine. Ogni foro nel manto impermeabile è un punto di infiltrazione potenziale e, quasi sempre, la fine della garanzia sulla copertura. Su un tetto piano la protezione si progetta a zavorra o si aggancia alle strutture già presenti: se un preventivo non lo dice, non ha guardato la copertura.

Chiudere il perimetro dei moduli con una rete tirata sopra

Sembra la soluzione ovvia e invece è il modo più rapido di crearsi tre problemi: la rete ombreggia i moduli, trattiene foglie e detriti proprio dove serve che l’acqua scorra, e impedisce l’accesso per la manutenzione. Qualsiasi cosa si aggiunge sopra un impianto in esercizio deve rispettare quei tre vincoli, non solo tenere fuori i volatili.

Lavare più spesso e chiamarla soluzione

Il lavaggio riporta indietro la resa, non toglie la causa: chi sporcava continua a sporcare, e voi avete comprato un intervento ricorrente al posto di una protezione. In più il lavaggio non fa niente sui nidi sotto i moduli, che sono la parte del problema che peggiora da sola.

Toccare i nidi in periodo riproduttivo

Su una copertura industriale non ci sono solo piccioni: se ci nidificano gabbiani o rondoni, a nido occupato le lavorazioni su quei volumi si fermano. È il motivo per cui i lavori sul fotovoltaico si programmano fuori stagione — e per cui una segnalazione di maggio spesso significa aspettare, non intervenire subito.

Come si presenta sul campo

Due minuti su che cosa si installa davvero attorno ai moduli

La barriera perimetrale

Chiudere l’intercapedine senza toccare i moduli

Nel video si vede il principio: si chiude il vano sotto la fila lungo il perimetro, con un profilo che si aggancia alla struttura esistente e non al manto impermeabile. È la parte del lavoro che decide se il progetto sta in piedi su una copertura piana, perché la guaina non si fora.

La pagina della barriera BirdSun
Le superfici molto estese

Quando attrezzare ogni metro non sta in piedi come costo

Su coperture molto ampie il perimetro da chiudere può essere chilometrico. Il laser copre superficie invece che punti e cambia percorso, quindi non diventa subito prevedibile: nel video si vede in un contesto industriale. Va programmato a fasce orarie e rende soprattutto nelle ore di poca luce, quindi è un complemento, non un sostituto della chiusura fisica.

Come funziona il BirdLaser
Il criterio

Lavare o proteggere? Non è una scelta fra due

La domanda che arriva quasi sempre è: conviene di più lavare più spesso o proteggere? Messa così la risposta è sbagliata in partenza, perché le due cose agiscono su due grandezze diverse. Una recupera la resa persa. L’altra decide quanta resa si perderà l’anno prossimo.

Il lavaggio

Recupera, ma non cambia la causa

Un lavaggio ben fatto riporta il vetro a com’era e la curva torna su. È una spesa che ha senso e che va fatta comunque. Il punto è che agisce solo sulla superficie: non tocca i nidi sotto i moduli, non toglie il posatoio dal bordo alto, e non impedisce che fra due settimane sia di nuovo tutto come prima.

  • Va rifatto a intervalli che dipendono da quanti animali ci sono, non dal calendario.
  • Non risolve la corrosione già avviata su morsetti e profili.
  • Ogni lavaggio significa qualcuno che sale in quota su una superficie scivolosa.
La protezione

Non recupera niente, ma toglie il motivo

Chiudere l’intercapedine e rendere scomodi i bordi non fa tornare su la produzione di ieri: fa sì che quella di domani non scenda di nuovo. Su un impianto industriale il conto si fa così — non «quanto costa», ma quanti lavaggi e quante salite in quota sostituisce nell’arco della vita utile.

  • Si progetta sui metri lineari di fila, non sui metri quadri di copertura.
  • Va comunque manutenuta: i profili si riempiono di detriti come tutto il resto.
  • È l’unica delle due che agisce sul nido, cioè sulla parte che peggiora da sola.

Nella pratica servono tutte e due, ma in quest’ordine: prima si bonifica e si protegge, poi si torna al lavaggio ordinario. Il contrario — proteggere sopra una copertura già incrostata — significa sigillare il problema dentro, ed è l’errore che vediamo più spesso su impianti dove qualcuno era già intervenuto.

Che cosa si installa, e dove

6 sistemi, e solo uno va sui moduli

È la differenza principale rispetto a qualunque altra copertura: il fotovoltaico impone che quello che aggiungete non ombreggi, non trattenga acqua e non impedisca la manutenzione. Per questo il sistema che lavora sui moduli è uno solo, e tutti gli altri servono per il resto della copertura — parapetti, torrini, unità tecniche, piazzali.

Profilo della barriera BirdSun installato lungo il bordo di una fila di moduli fotovoltaici1

BirdSun — barriera per fotovoltaico

Dove ha senso: il perimetro delle file di moduli: è il sistema pensato apposta per chiudere l’intercapedine senza toccare i pannelli.

Si aggancia alla struttura esistente e lascia passare l’aria. Il limite onesto: va progettata sui metri lineari reali e su come sono fatti i profili, perché un tratto lasciato aperto rimette in gioco tutta la fila.

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Filo del sistema FlyAway teso lungo il corridoio fra due file di moduli fotovoltaici2

FlyAway — dissuasione elettromagnetica

Dove ha senso: parapetti, coronamenti e i tratti alti dove non si vuole aggiungere niente di tagliente né di ingombrante.

Lavora senza contatto e senza punte, e non ombreggia niente. Il limite onesto: va teso bene e verificato, perché un filo allentato smette di lavorare su quel tratto e non lo dice a nessuno.

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Rete anti-volatili tesa a protezione di volumi tecnici in copertura3

Reti anti-volatili

Dove ha senso: volumi tecnici, cavedi, torrini e vani impiantistici della copertura — non sopra i moduli.

È l’unico sistema che toglie davvero lo spazio. Il limite onesto per il fotovoltaico: sopra i moduli non ci va, perché ombreggia e trattiene detriti. Si usa sul resto della copertura, dove i volumi ci sono davvero.

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Barra di dissuasori ad aghi in acciaio installata su una mensola4

Dissuasori ad aghi

Dove ha senso: parapetti, coronamenti, torrini e carter delle unità tecniche presenti in copertura.

Economici e affidabili sui bordi in muratura o metallo. Il limite onesto: sul telaio dei moduli non si incollano, e riempiti di detriti diventano essi stessi un appoggio — vanno messi in lista di manutenzione.

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Due tecnici installano un dissuasore laser su un palo, su una copertura piana5

BirdLaser AI

Dove ha senso: coperture molto estese, dove chiudere ogni metro lineare di fila non sta in piedi come costo.

Copre superficie e cambia percorso, quindi non diventa subito prevedibile. Il limite onesto: rende soprattutto nelle ore di poca luce, va programmato a fasce orarie e non chiude nessun varco — è un complemento.

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Diffusore acustico BirdAcustic montato su supporto6

BirdAcustic®

Dove ha senso: piazzali, aree di manovra e coperture in contesti dove il rumore non disturba nessuno.

Usa richiami udibili di specie, non ultrasuoni. Il limite onesto: va programmato e variato, perché uno stimolo sonoro sempre uguale porta ad assuefazione — e in zona industriale va calibrato sul contesto acustico.

Vedi la pagina del sistema

Su un capannone con l’impianto in copertura non se ne usa quasi mai uno solo. Si chiude il perimetro delle file, si tolgono gli appoggi sui coronamenti e sui volumi tecnici, e si copre con un sistema attivo quello che resta. La parte tecnica del lavoro è decidere dove passa il confine fra le tre cose, e quella si decide in copertura.

Come lavoriamo su un impianto in esercizio

4 fasi, e nessuna prevede di spegnere l’impianto

Su una copertura industriale i vincoli non sono tecnici, sono organizzativi: la produzione non si ferma, la guaina non si tocca, e chi sale deve essere qualificato per lavorare in quota accanto a parti in tensione. Il progetto si costruisce dentro questi tre paletti.

Fase 1

Sopralluogo in copertura, con i dati sotto mano

Si misurano i metri lineari reali di fila, si guarda come sono fatte le strutture di supporto e si cercano i nidi. In parallelo si legge l’andamento delle stringhe: se una diverge sempre, si sa già da che parte della copertura cominciare.

Fase 2

Bonifica prima di installare qualsiasi cosa

Rimozione dei nidi e del materiale accumulato sotto le file, con umidificazione preventiva e protezioni, e conferimento del materiale. Chiudere sopra un’intercapedine già occupata è il modo più sicuro di doverla riaprire.

Fase 3

Progetto sui vincoli dell’impianto, non del catalogo

Niente ombreggiamento sui moduli, nessun foro nel manto impermeabile, accessi per la manutenzione lasciati liberi. Restano a voi le schede dei materiali e le foto punto per punto, che servono al vostro manutentore quanto a noi.

Fase 4

Verifica, e questa volta si vede nei numeri

Si torna a guardare la copertura, e si guarda anche il monitoraggio. È il vantaggio di lavorare su un impianto invece che su una facciata: il risultato non è un’impressione, è una curva.

Fotografie di lavori nostri

Che aspetto ha un impianto dopo, e visto da vicino

Queste due sono fotografie di cantieri Birdstop, non ricostruzioni: la prima è il corridoio fra due file con il filo teso, la seconda l’impianto a lavoro finito. Le altre immagini di questa pagina illustrano situazioni tipiche e sono dichiarate come tali.

Filo del sistema FlyAway teso lungo il corridoio fra due file di moduli fotovoltaici su copertura piana
Il filo corre nel corridoio, all’altezza giusta per rendere scomodo il bordo alto dei moduli. Non ombreggia niente e non aggiunge una superficie su cui si accumulano detriti: su un impianto in esercizio sono le due condizioni che vengono prima di tutte le altre.
File parallele di moduli fotovoltaici su copertura piana a intervento concluso, viste in lunghezza
La stessa copertura a lavoro finito. La foto è scattata a fine intervento: non è un «prima», ed è giusto dirlo. Quello che si valuta qui non è l’estetica — è che fra le file non ci sia più niente su cui fermarsi.
Recensioni verificate

Cosa dicono i clienti Birdstop

Recensioni verificate su Trustpilot, una piattaforma che non controlliamo noi.

Linda Abenaim, biologa ed entomologa Ekonore
Il punto di vista tecnico

Linda Abenaim, biologa ed entomologa

L’area scientifica Ekonore osserva che una copertura fotovoltaica su tetto piano offre insieme tre condizioni che raramente si trovano nello stesso posto: un volume riparato e continuo sotto le file, una superficie che accumula calore e lo restituisce nelle ore fredde, e l’assenza quasi totale di disturbo, perché su quelle coperture sale qualcuno poche volte l’anno. Sono esattamente le condizioni che spostano una specie dal semplice posarsi al nidificare.

Da qui discende una conseguenza pratica sui tempi. Finché si tratta di sosta, l’intervento è una questione tecnica e si programma quando conviene all’azienda. Quando invece nell’intercapedine c’è una nidificazione in corso, entrano in gioco vincoli che non dipendono dal committente e le lavorazioni su quei volumi vanno spostate fuori dal periodo riproduttivo. È il motivo per cui, su questi impianti, il sopralluogo conviene farlo in autunno o in inverno: non per una preferenza organizzativa, ma perché è l’unica finestra in cui si può lavorare su tutto.

Contenuto tecnico rivisto dall’area scientifica Ekonore.

I nostri clienti

Chi ci ha già affidato i propri stabilimenti

Gruppi industriali, utility, logistica e distribuzione: contesti in cui la copertura non è un tetto ma una parte dell’impianto, e in cui l’intervento deve incastrarsi in una produzione che non si ferma.

ASET
Marcegaglia
Amazon
Cereal Docks Group
Edison EDF Group
Coca-Cola
Megamark
Calzedonia Group
Tecnomat
Birra Peroni
Conad
Iren
A2A Ambiente
Mondadori
Falconeri
Despar
Pantheon Roma
Iveco Group
Prova, non promessa

6 certificazioni con un numero che puoi verificare

Su un appalto che entra in stabilimento la verifica dell’idoneità tecnico professionale del fornitore è un obbligo del committente, non una cortesia: queste sono le righe da allegare al vostro fascicolo. Fra queste c’è la ISO 45001 sulla salute e sicurezza sul lavoro, che su lavori in quota conta più delle altre.

UNI EN 16636Servizi di gestione e controllo delle infestazioni. Certifica l’organizzazione che eroga il servizio, base del marchio CEPA Certified.ALI 02122 - PM
ISO 9001Sistema di gestione qualità.Reg. N. 19806 - A
ISO 14001Sistema di gestione ambientale.Reg. N. 19806 - E
ISO 45001Salute e sicurezza sul lavoro.Reg. N. 19806 - I
UNI/PdR 125Parità di genere.Reg. N. 19806 - PG
EMASRegistrazione ambientale europea, verificata.IT-002249

Certificati rilasciati da Kiwa a Ekonore S.r.l. — Birdstop è la divisione allontanamento volatili di Ekonore.

Le domande che ci arrivano

Fotovoltaico industriale e volatili: domande e risposte

Quanto mi fa perdere davvero il guano sui moduli?

Dipende da quante deiezioni ci sono, da dove cadono e da come sono cablate le stringhe, e chi vi dà una percentuale al telefono se la sta inventando. Quello che si può dire con le fonti in mano è il meccanismo: la relazione IEA-PVPS sullo sporco depositato sui moduli scrive che una distribuzione non uniforme provoca una perdita sproporzionata rispetto alla variazione di corrente, e che può portare a punti caldi che danneggiano le celle in modo permanente. La misura sul vostro impianto la dà il confronto fra stringhe, non un preventivo.

La pioggia non lo porta via?

La polvere sì, il guano no. Essicca, si indurisce e resta attaccato al vetro; anzi, i cicli di bagnato e asciutto lo rendono più tenace. È anche il modo più semplice per distinguere i due sporchi: se dopo due giorni di pioggia la produzione non torna dov’era, non state guardando dello sporco atmosferico.

Posso semplicemente far lavare i moduli più spesso?

Potete, ed è una spesa che ha senso comunque. Il punto è che il lavaggio recupera la resa persa ma non tocca la causa: non rimuove i nidi sotto le file, non toglie il posatoio dal bordo alto e non impedisce che fra due settimane sia di nuovo tutto come prima. In più ogni lavaggio è qualcuno che sale in quota su una superficie scivolosa.

Si può fissare qualcosa forando la guaina?

No, ed è il punto su cui vediamo più danni fatti da altri. Ogni foro nel manto impermeabile è un punto di infiltrazione potenziale e quasi sempre fa decadere la garanzia sulla copertura. Su un tetto piano si lavora a zavorra o agganciandosi alle strutture di supporto già presenti: se un preventivo non affronta questo punto, chi lo ha scritto non ha guardato la copertura.

Una rete tesa sopra le file non risolve tutto?

Crea tre problemi al posto di uno: ombreggia i moduli, trattiene foglie e detriti proprio dove serve che l’acqua scorra, e impedisce l’accesso per la manutenzione. Le reti sul fotovoltaico si usano sui volumi tecnici della copertura — torrini, cavedi, vani impiantistici — non sopra i pannelli. Sul perimetro delle file si usa una barriera pensata per quello.

Devo fermare l’impianto durante i lavori?

No. Si lavora attorno ai moduli e sotto le file, non sui moduli, e la produzione resta in esercizio. Quello che va concordato prima è altro: chi accede alla copertura, con quali qualifiche per il lavoro in quota, e come si coordina l’intervento con il vostro manutentore. È materia da DUVRI, e va scritta prima che qualcuno salga.

Sul mio capannone ci sono anche i gabbiani. Cambia qualcosa?

Cambia parecchio. Dimensioni e comportamento sono diversi, e soprattutto a nido occupato non si toccano nidi, uova e pulli: le lavorazioni su quei volumi vanno programmate fuori dal periodo riproduttivo. In pratica significa che una segnalazione di maggio spesso comporta aspettare l’autunno per la parte strutturale. Ne abbiamo scritto per esteso in gabbiani sui tetti industriali.

Qual è il periodo giusto per intervenire?

Autunno e inverno, per due motivi che si sommano. È la finestra in cui si può lavorare su tutti i volumi senza vincoli riproduttivi, ed è anche il periodo di minore produzione dell’impianto: se una parte della copertura richiede attenzione, il momento in cui vale meno è quello giusto per occuparsene.

Parliamone

Raccontaci com’è fatta la copertura

Potenza dell’impianto, tipo di struttura che tiene i moduli, da quanto tempo notate la presenza e se avete già fatto lavaggi o interventi: bastano queste quattro cose. Se avete una foto dall’alto o un’immagine satellitare della copertura, allegatela — vale mezza pagina di descrizione.

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